PSICOGEOGRAFIE

Gianni Biondillo
con la collaborazione di Francesco Rizzi

Sono raccolte in questo sito sia le narrazioni psicogeografiche realizzate per l’Accademia di architettura di Mendrisio da Gianni Biondillo che i lavori degli studenti del suo corso “Elementi di psicogeografia e narrazione del territorio” dall’anno accademico 2013-2014.

La psicogeografia è una tecnica del corpo, nata con le avanguardie artistiche, che indaga lo spazio urbano percorrendolo a piedi.

Oggi è diventata una pratica transdisciplinare dove convogliano vari campi del sapere focalizzati alla comprensione del territorio: la sociologia, l'economia, la geografia, l'antropologia, l'urbanistica, ma anche la letteratura, l'arte, il cinema, la filosofia, eccetera.

La scala del paesaggio è quella dove si gioca autenticamente la comprensione del reale, la sua complessità, le sue contraddizioni.

Attraversare il territorio, rigorosamente a piedi, usando il metodo psicogeografico, significa comprendere e interpretare il paesaggio contemporaneo, fuori dai suoi luoghi comuni, restituendogli dignità e identità mediante l'indagine e la narrazione.

L’esperienza fisica, emotiva, estetica, serve a superare il pregiudizio nei riguardi di uno spazio erroneamente reputato “banale”, prevedibile, scontato, per giungere a una consapevolezza nuova nei riguardi del paesaggio quotidiano, palinsesto dove si depositano i significati e i sogni delle popolazioni che lo hanno abitato e che tutt’ora lo abitano.

Infine narrare significa condividere la conoscenza acquisita, nella speranza di stimolare ad altri, attraverso il racconto, il desiderio di ripetere autonomamente l’esperienza. Buon viaggio.


















I love NY…NB
attraverso la Nuova Bellinzona
Narrazione
Stratigrafie
Bini
Narrazione
Nuova invisibile Bellinzona
Di Vieste
Narrazione
Bellinzona Stand Up
Gliaschera - Vandelli
Narrazione
Impresso
Bischof
Narrazione
Bellinzona East-West
Schrepfer
Narrazione
Bellinzona Fashion Week
Batista
Narrazione
Città ideata
Minocchi
Narrazione
Reading the ground
Fenwick - Vegue
Stratigrafie
Quali identità dietro Nuova Bellinzona
/Chiara Bini/
La nostra esperienza psicogeografica ha avuto luogo sabato 5 novembre 2016, sotto la pioggia. Dalla stazione di Mendrisio abbiamo preso un treno che ci ha condotto fino a Castione Arbedo. Da qui ci siamo diretti a sud, e percorrendo una distanza di circa 15 Km, che in alcuni punti si ricongiungeva con i comuni del bellinzonese, siamo giunti verso le sei di sera a Giubiasco, dove un treno ci ha ricondotto a casa. Cosa inseguivamo? L’oggetto della nostra avventura era stampato a caratteri cubitali sugli adesivi che ci eravamo appiccicati un po' ovunque: I love NB, ossia Nuova Bellinzona. Cercavamo una nuova narrazione capace di entrare nel profondo della complessità di questo territorio le cui autonomie si vedranno presto aggregate sotto un’unica bandiera. Per questo ci siamo affidati alla psicogeografia, che entra nel paesaggio e attraversandolo a piedi, riesce a leggerlo nella sua quadrimensionalità, offrendo una combinazione infinita di percezioni nuove differenti punti di vista. La mia narrazione nasce dall’interesse per quei baluardi, quei punti saldi in cui la zona del bellinzonese si identifica. Ero incuriosita dalla storia che resta nascosta tra le pietre e volevo capire se il tempo avrebbe dato ragione d’essere all’orgoglio ticinese. Mi sono dunque focalizzata su tre esempi, risalenti a periodi storici differenti e su scale differenti: la nascita del Canton Ticino, l’evoluzione di Castelgrande e la modernizzazione del piano regolatore di Monte Carasso.
/Canton Ticino/
Nuova Bellinzona non è il primo caso di aggregazione a cui va incontro il Canton Ticino, esso stesso nacque da un’unione imposta dall’alto che in principio non guardò in faccia alle popolazioni coinvolte.
/Castelgrande/
Scopriamo come l’edificio simbolo della città di Bellinzona nasconda tra le pagine della sua storia secoli di gesta italiane e francesi
/Monte Carasso/
Monte Carasso sembra essere l’unico tentativo di pianificazione urbana unitaria e di qualità all’interno dello sprawl attorno alla città di Bellinzona, a cosa si va incontro quando si parla di Nuova Bellinzona?
Sebbene ci sia un’evidente vicinanza geografica tra i comuni interessati - tale da permetterci di attraversare l’intera area in una giornata - il distacco tra di essi è relazionale: i borghi sono estranei l’uno all’altro e desiderano mantenere viva la propria identità culturale. L’antica città medievale, pensata a misura d’uomo, è cresciuta, inglobando caoticamente il territorio, fino al punto che complessità e varietà si sono trasformate in disordine. Camminando attraverso Nuova Bellinzona percepiamo che la città disegnata dalla logica del potere si è scontrata con la città che gli individui vivono ogni giorno. L’esperienza psicogeografica, infatti, mi ha posto davanti agli occhi un paesaggio frammentato, eterogeneo, ma non ricco, in cui lo sprawl attorno ai centri principali ha dato vita all’indifferenziata città Ticino. Ne è prova il fatto che per non rimanere assorbiti da questa monotonia e per identificarsi ancora in un borgo, i cittadini fanno riferimento a piccole realtà architettoniche: la tal chiesa, o la tal piazza dove aggregarsi. Dal momento che la psicogeografia ci insegna a leggere il paesaggio culturale come un deposito della memoria delle interazioni tra territorio e cultura stessa, mi sembra che questo scenario nasca da un’identità confusa, che percepisce la regione come spazio di permanenza ma non ancora come luogo di appartenenza, per lo meno non collettiva. Si può operare al contrario? Si può plasmare un’identità culturale costruendo il paesaggio con cui la società vorrebbe autorappresentarsi? Questa mi sembra l’unica soluzione, che l’aggregazione di Nuova Bellinzona non sia soltanto l’ennesima unificazione imposta dall’alto ma piuttosto una sincera proposta di partecipazione collettiva rivolta ai cittadini. Esercitando insieme il loro diritto alla città e costruendo Nuova Bellinzona con sforzi comuni, gli abitanti potranno cominciare a sentirsi popolo. Questo è un augurio che la città torni ad essere un’opera collettiva in cui il diritto al paesaggio si mantenga sempre teso a ricercare ‘narrazioni alternative’ ogni qualvolta quel prodotto sociale che è il territorio si allontana dall’identità cittadina.
Nuova invisibile Bellinzona
Bellinzona, città continua o città di segni?
/Giacoma Di Vieste/
La narrazione psicogeografica proposta si sofferma ad osservare cinque punti tra la stazione di Castione-Arbedo e il centro di Bellinzona attraverso disegni in cui a seconda del mio percepire lo spazio disorientante e disordinato o chiaro nella sua gerarchia, cambia il tratto.

L’ uso della matita grassa caratterizzato da un tratto piuttosto nervoso segnala la presenza di un’ imperante e disorientante sprawl mentre l’uso di una matita più dura e della china è riservato a quegli elementi che nella città sono segno, indicano, danno una direzione.
La descrizione di quest’esperienza attraverso la ‘Nuova Bellinzona’ , una città che ad oggi ancora non esiste, avviene attraverso citazioni di altre città inesistenti, ‘Le Città invisibili’ di Italo Calvino.
Cecilia
(Castione - Arbedo)
Sul treno mi accorgo della fermata perché una voce automatica segnala l’arrivo. Davanti alla stazione si dispiega un’enorme cantiere che sembra aver invaso tutta la città (se mai ce ne sia una). Vedo transenne, ferraglia, pietrisco, betoniere. Avverto i rumori di lavori che forse non ho mai sentito.
Non so bene dove andare, se non fosse che ho chi seguire.
Nel disegno guardo Castione da sotto la pensilina della stazione disegnata a china, per cui elemento che dovrebbe legare e dare ordine, l’elemento straniante disegnato con matita grassa è una fattoria con delle capre proprio di fronte nel bel mezzo di lavori di cantiere.
Tamara
(Gorduno)
Mi dirigo verso Molinazzo d’Arbedo e da lì attraverso il fiume ‘approdando’ sull’altra sponda, a Gorduno. Camminando per un quartiere residenziale, tra un’abitazione e l’altra si scorge un segno che s’innalza sulla distesa indifferenziata di case. E` un mulino.
Nuove torri s’innalzano sulla città informale. Siamo alla disperata ricerca di segni, di cose che significhino.
Il disegno questa volta è invaso dal tratto grossolano e in lontananza disegnato a china si vede il mulino che rappresenta il punto di riferimento della città informale, quasi fosse un faro.
Pentesilea
(Verso Bellinzona)
Passata Gorduno e di nuovo attraversato il fiume, mi ritrovo in quella che sembrerebbe aperta campagna. Ma all’orizzonte e tutt’intorno si profilano i contorni di molteplici città (o forse è solo una). Lampioni e paletti di cemento mi fanno pensare per un attimo di non aver mai lasciato Gorduno.
Anche qui l’immagine è invasa dal tratto della matita grassa, gli elementi a china sono il profile delle montagne è la fila di lampioni che conduce in città.
Zoe
(Entrando a Bellinzona)
Seguo la linea di lampioni e arrivo a Bellinzona, la città si ordina , vedo dei segni. Torri di castelli si innalzano.


Nell’immagine la matita grassa ai bordi indica una condizione di passaggio dalla città informale a quella formale.
Zirma
(Bellinzona)
Giunta in viale della Stazione vedo un tripudio di segni e stratificazioni. Nell’apparente tumulto di simboli (dalle bandiere, ai tetti delle case...) so quale via percorrere.
Il disegno è interamente realizzato con matita dura e china.
Bellinzona Stand Up
/Alessandro Pio Gliaschera - Guido Vandelli/
“Le chiese pertanto, unici 'monumenti' delle isole, rispetto alle case diventano dei veri e propri 'marcatori territoriali'. Sono sui porti o sui promontori e si presentano decisamente differenti dalle abitazioni per la loro stessa caratterizzazione tipologica e volumetrica. Infatti sempre, in ogni approdo, le chiese svettano rispetto alle minute case sparse irregolarmente. La loro posizione guarda strategicamente il mare e lo benedice.”
K. Lynch – Progettare le città
Come il tempio di Selinunte e La Rotonda palladiana, l’architettura può essere concepita anche come marcatore territoriale, un segno evidente presente nello spazio. Già i menir, primo artificio umano, vennero probabilmente usati per definire l’asse verticale, segnando un punto e identificando un luogo – landmark.
L’esperienza psicogeografica fatta attraversando alcuni dei 13 comuni attorno a Bellinzona favorevoli alla fusione in un unico municipio, quello della Nuova Bellinzona, ha rivelato come le torri (marcatori verticali) e i ponti (marcatori orizzontali) caratterizzanti tale tratto costituiscano un’unità di pensiero nel concepire, percepire e disegnare lo spazio.
Se da un lato i ponti si innalzano per attraversare il fiume Ticino, consentendo un collegamento fisico orizzontale con la sponda opposta, dall’altro le torri - castelli e silos del grano – si elevano e svettano verticalmente sul territorio circostante, favorendo un collegamento percettivo e visivo nell’avvicinarsi e allonatnarsi.
Brevi e grandi rapporti visuali caratterizzano, quindi, l’area, marcando al contempo il territorio con segni lineari e puntuali, generanti una visione d’insieme e unità della Nuova Bellinzona, unificata sia fisicamente che visivamente, ma non ancora politicamente. Come i ponti e le torri che si innalzano su ciò che è sottostante - fiume e città -, così anche i comuni potrebbero agire in tale ottica attuando un’aggregazione istituzionale e sociale, che porterebbe, tra i vari benefici, anche all’aumento del senso di appartenenza.
Impresso
Campioni raccolti nel territorio della “Nuova Bellinzona”
/Matteo Bischof/
Nel ambito del corso di psicogeografia e narrazione del territorio con il prof. G. Biondillo abbiamo percoso una parte del Ticino, quello che noi chaimeremo la Nuova Bellinzona. Partendo dal terminal del Tilo Arbedo-Castione fino all grande Mulino di Giubiasco.

Raccontare il territorio ticinese atreverso l’impresso. L’impresso inteso nel senso di risentito fisico, per ritrasmettere il risentito ho ricalcato diverse superficie/materiali su carta bianca con una penna di grafita. Materiali che secondo me sono rappresentativi dei luoghi percosrsi durante la giornata. Perché ho scelto di raccontare la mia esperienza percoso attraverso l’impresso?

L’impresso che in se è un atto fisico e non facilmente ritrassmissibile visualmente. Per provare a completare questo racconto del nord del Ticino mi sono servito del suono prodotto dal atto di ricalcamento dei materiali. Il tema è la Nuova Bellinzona; l’idea di formare un grande commune di Bellinzona quale permetterebbe di pensare una parte del Ticino comme un paessaggio, invece framenti di paessaggio. L’identificazione a un luogo capita attraverso il paessaggio, diciamo che è in parte risponsabile nella costruzione del identità di un individuo. Ricalcando diverse materialità durante il percoso ho notato una grande similitudine fra i diversi impressi ottenuti. L’impresso è un segno rimasto, fissato indelebilmente nella memoria. Dunque dal punto di vista del impresso dei materiali usati, quale ci indicano parte della storia della cultura del luogo. Se il Ticino si vede ancora oggi diviso in piccoli villagi non è per raggione territoriale o per limiti geologiche. Tutti abitanti della nuova bellinzona sono stati impressi dai medessimi paessaggi o dal medessimo paessaggio se si vede il spazzio fra le montagne comme un grande impresso geologico. Se l’identificazione capita attraverso il paessaggio si potrebbe anche suppore che se si chiedesse hai abbitanti di Arbedo-Castione di descriverci la composizione del paessaggio con quale si identificano userano medessimi materiali per descriverlo che i abbitanti di Giubiasco. Personne di simili (quasi uguali) paessaggio hanno esperienze simile ma fatte in un territorio framentario, dunque diviso, fragmenti senza senso, riducendo la possibilità di collegamento fra di loro. Collegare questa multitudine di framentati in un paessaggio sarrebbe un atto politico. È difficile a dire se i schizzi impressi del materiale realizzato durante questo percorso sono di Arbedo-Castione, di Bellinzona, di Monte Caraso,di Giubiasco o della nuova Bellinzona. Il risentito di questi luoghi e construitto con le stesse materialità. Il paessaggio che rappresenta i abitanti della nuova Bellinzona e composto dei medessimi materiali, dunque stesse esperienze. Il paessaggio che ci circonda ci definisce in questa scrittura del paessaggio. O forse la divisione attuale in una multitudine di fragmenti è l’atto politico e non la sua riunificazione?
Bellinzona East-West
/Michael Schrepfer/
I come from south. After a ride with the EuroCity, which goes from Milano the way up to Zurich, I leave the train in Bellinzona to deposit my luggage. Today I need little luggage. A pencil, a sketchbook and my I Phone will be enough. I plan to record my journey through quick drawings. But time is short. With a few lines I will have to trace the key-moments of my trip. I use a map. On my I Phones I can place little red stars. One star - one sketch - one moment. In general, I orientate myself better on a map than within the landscape. The view form above gives me security. Neither mountain, nor forest, nor town obscures my view. However, the view on the map is deceptive. If I do not pay attention, I loose the relation to my environment.

I take the S-20 to Castione-Arbedo. A grey morning mist lies over the station. It is twenty past nine. I feel the rain on my coat. From here I will walk to Bellinzona and hopefully I will arrive at Giubiasco by evening.
Shortly after I start walking, I cross the highway for the first time. I’m in the middle of an unimposing junction. Coming from south by car, you have to decide at this point, whether you take the fast way over the Gotthard axis or you travel along the twisting route over the San Bernardino. The railway line goes through here as well. However, it is not just traffic that changes direction on this point. It is also the place where the river Moesa flows into the Fiume Ticino.
After a short walk, my path leads to the main road. Turning west, I cross again the Fiume Ticino and the highway. Now I’m on the west side of the valley. The small village is called Gorduno. While I’m walking through a quarter of single-family dwellings with some green areas, the big sound-protection-panels draw my attention. Acoustically they make the motorway less noticeable - but visually these barriers are omnipresent. How can I go back to the other side of the valley?
The answer to my question I get a few minutes and one sketch later. Through a small door I cross the sound-protection-wall. I have to bend down a little to get to the other side. As I set myself upright, the noise of the highway hits me with its full power. And here I am: In the strange zone between east and west, defined by highway and river. The tearing water and the fast cars are equally frightening.
Both I leave behind while I walk east. The view back shows a summary of the last hour: An amazing landscape, the presence of infrastructure and connections in two directions: The highway from north to south and the bridges from west to east. Do I finally come closer to Bellinzona?
I follow a path that seems to lead to the city. I see cultivated land, other single-family houses and some apartment buildings. The area feels less rural, but still not urban. Consistently I’m looking for the famous landmark of the city. Sometimes I catch a glimpse through a row of houses.
At lunchtime I arrive at Bellinzona station. In addition to the motorway and the river, the railway is the third element that cuts Bellinzona’s east-west connection. In fact, the station is not only the gateway to the south, but also generates a connection between east and west.
After a short walk through the old city centre, I reach the place, which was indeed the gateway to the south over hundreds of years: the impressive construction of the Castel Grande. My sketch shows two entrances. One leads through the old city wall up to the castle, the other through a modern concrete object down to the parking underneath the square.
The strategic importance of the city has changed several times since its existence. However, it was not only a result of the transport political situation, but of the topographical conditions, which led to the erection of such a fortification. A natural ridge is formed by a huge rock. It extends far from the eastern side, from the Monte Sant’ Antonio into the valley bottom. It leaves only two passages open: an eastern one, where the settlement of the town was formed in the Middle Ages, and a western one, through which the unpredictable floods of the Fiume Ticino run towards the Lago Maggiore.

The Italian artist Silvano Gilardi shows us in his Painting “Splendid Reminiscences”, how the Castel Grande could have looked in the Middle Ages. I would like to draw attention not only to the harsh environmental conditions of this time within the Magadino plain. Particularly I’m impressed by the idea that at that time, there was an architectural element that brought the entire valley together, spreading from the very east to the very west.
After leaving the “Murata” of the Castel Grande, my path leads a short distance north. There I walk on a long bridge, leading above the Bagno Pubblico and bringing me further west to the bank of the Fiume Ticino.
After a quick lunch, I walk along the dam next to the river. With this dam, the Ticino was tamed and the land around became inhabitable. Between me and the river bank, tall trees are growing. I see some fireplaces. In the yellow grass, smaller and bigger objects lying around – playing equipment for children. Beside to the time, I add one key word to each sketch. With this word I try to capture a feeling – something I can’t tell with a sketch. Here I write “NOISE”. The river and the highway are so noisy, it seems if one is trying to be louder than the other. I can’t imagine a sadder place for a local recreation area.
For the first time on my journey, I cross the motorway over a bride. My legs are already a bit tired, my clothes are humid because of the rain. I look down. I see the cars moving quickly and continuously from north to south – and in the opposite direction. Suddenly I am aware of how many people pass Bellinzona without seeing, without experiencing Bellinzona. Their view focuses what is far away. They see the Lago Maggiore, they see Milano, they see the south. A passage that takes one day by foot, takes three minutes by car.
After some stops I reach Monte Carasso; an island in the west of Bellinzona with its own rules. I notice now that Bellinzona does not exist as a connected city fabric. It consists of individual islands. These islands are hold together by bridges and underpasses.
The last time on my trip I cross the motorway and the river. On a modern, curved bridge I return to the east side of the valley.
It is twenty past five in the evening. My trip ends at the station of Giubiasco. I stand on the roof of an old granary. This is probably the highlight of my journey. The sky turns from dark grey to black. I see Bellinzona with its tree castles glowing in the dark. The highway shows itself as a illuminated, moving snake. Once again I realize the enormous position that Bellinzona once had to have. For 8000 years nothing could bypass this city on it’s way form north to the south. Today it can. Today the highway passes. The railway passes. And the river passes. I understand, that Bellinzona is probably just distinguishable by walking.

So what is “the new Bellinzona”? In my opinion we could have talked about a new Bellinzona around 10 or 15 years ago. At this time, there was a group of architects, such as Aurelio Galfetti, Luigi Snozzi or Livio Vacchini, who were really able to change Bellinzona, giving the city a new shine. Monte Carasso or the restoration of the Castel Grande where large-scale projects, which influenced public life and tourism significantly. On my way from Castione to Giubiasco I have recognized that the city has been growing in just two directions. South and north of the old city centre, detached single-family houses are spreading. Of course, young architects are trying to make contributions to the future of Bellinzona through new ideas and technologies. Unfortunately, these are often merely individual objects. They are exciting and innovative but can only occasionally contribute to an improvement of the city. I think, that in order to speak about a new Bellinzona, the east-west connections would have to be strengthened. The city should be densified beyond the Fiume Ticino and the motorway. For the future of Bellinzona we must think on a larger scale. Could Gilardi’s painting be a starting point?











Bellinzona Fashion Week
/Natacha Batista/
The importance of this psicogeographic experience remains in the search of what is architecture and how to understand it. Architecture is not expressed in a unique body. For understanding a project is necessary to pass through it, what takes time and an associated path. Walking becomes an aesthetic experience that the aim is the investigation of a collective landscape.
Through Castione-Arbedo to Giubiasco, we found out a territorial diversity, marked by the defragmentation of a city t in an ancient landscape. Between the chaos and an inexistent urban center we questioned the essence of the claimed New Bellinzona.
During the route, I focus on the high structures that cross the city which were born through a collective act. Passerellas of the middle ages or built by well-known modern architectures, or just banal structures that answer the everyday needs. Besides the history and the time, it is possible to construct an actual narrative focus on the passerellas. However, I do not want to read them as cross connections, but capture the urban dynamics of the moment of the passage. The models in these catwalks tell a lot about the city, like the people that are standing on the floor looking at the fashion show.
In synthesis, this is a narrative based on two layers, a passage on a passage.
Passerella I
Castelgrande’s Wall
Passerella II
Bagni Publici
Passerella III
Bellinzona – Monte Carasso
Città ideata
/Stefano Minocchi/
Durante l’esperienza psicogeografica ho avuto l’impressione che la Nuova Bellinzona, nascente da una logica politico-amministrativa, non riesca a verificarsi poi nella realtà in quelli che Aldo Rossi chiama, nel suo libro L’architettura
della città, fatti urbani.
Con essi si vuol far riferimento “a degli intorni più limitati dell’intera città, (...) caratterizzati da una loro architettura e quindi da una loro forma”, capaci quindi di stimolare una memoria collettiva, una società.

L’obbiettivo quindi è di generare immagini polemiche e contraddittorie a dimostrazione del fatto che un’entità urbana si verifica nella sua memoria collettiva e nei suoi fatti urbani ancor prima che su di una carta politico-amministrativa.
Attraverso la memoria di quei luoghi percorsi e di altri luoghi connotativamente riconosciuti all’interno di alcune città italiane, ho cercato quindi di rintracciare analogie spaziali e contestuali, potenzialità inespresse e criticità della futura Nuova Bellinzona al fine di costruirne un’immagine idealizzata.
Tale suggestione mira a porre in evidenza le problematiche che potrebbero verificarsi qualora la città non venisse pensata e modellata in considerazione delle realtà sociali che vivono quei determinati luoghi, tralasciando quindi la scala architettonica a vantaggio di quella territoriale.

La successione di immagini qui riportate, sono coerenti con lo svolgimento dell’esperienza psicogeografica e, allo stesso tempo, con un’ideale percorso d’ingresso della Nuova Bellinzona ( i.e. da porta urbana a centro storico ).

Con questa successione ho intenzione di trasmettere una narrazione tossica tale che, a chi non conoscesse i luoghi e le architetture proposte verrebbe naturale pensare che la Nuova Bellinzona è già di per se una città a tutti gli effetti e che, anzi, avrebbe voglia di visitarla.
Piazza
Porta
Ponte
Reggia
Monumento
Centro storico
Sagrato
Reading the ground
/Alice Fenwick - Elisa Vegue/
ON THE ROAD


A PIECE OF FLINT in DIEPPE
A PIECE OF FLINT in ST-PIERRE-DES-FLEURS
A SCREWDRIVER near LA BROSSE
A WHITE FEATHER in LA FRAMBOISIÈRE
A BICYCLE CHAIN near YÈVRES
A SHOE in BEAUGENCY
A SILVER COIN in ST-JULIEN-SUR-CHER
A BONE near ISSOUDUN
A CATERPILLAR near BEAUREGARD
A BOUQUET OF FLOWERS in CROZE
A POTATO near NEUVIC
A COMIC in ST-MARTIN-VALMEROUX
A SNAIL near MONTSALVY
A TAPE CASSETTE in ENTRAYGUES-SUR-TRUYÈRE
A DANDELION near DOUZOUMAYROUX
A PIECE OF LIMESTONE in L’HOSPITALET-DU-LARZAC
A NOTEBOOK in LE PAS-DE-L’ESCALETTE

SOMETHING SEEN AND PASSED EACH DAY
ALONG A 19 DAY WALK OF 591 MILES
FROM THE NORTH COAST TO THE SOUTH COAST OF FRANCE

-RICHARD LONG
The ground is a receiving surface, where things fall and can not fall further. It is our support against gravity, the skin of the Earth. It is constantly covered and uncovered by layers of objects, dust and matter that stay and eventually consume. A surface modified through years and years, damaged and repaired, keeping scars, marks and footprints. So often covered with concrete, tamed by humans to optimize our passing through.

The ground is a carpet full of objects whose stories we can only guess. Things left along the way to be looked at by others or, as artist Richard Long often does, picked up and carried along, and left again somewhere else. Things that make up a sort of parallel landscape that we rarely pay attention to. Those objects become somehow signs, unconscious symbols of meaning, that we find along with the conscious ones, like traffic signs, that also fill up the ground in urban environments.

The view from above, so often used in architectural plans, is a very abstract one. On getting very close to the ground, however, we find a very concrete sensorial reality, highly particular. But in closing up we also break down this reality into pieces, trying to find this signs that, even being particular, can relate to our own past experience. We read this particularities as words of a language we are trying to understand.
Chapter 1
Chapter 2
Chapter 3
Chapter 4
Chapter 5
Ceneri nel vento – Dal Sotto al Sopraceneri
Narrazione
Artificial Soundscapes
Angelucci - Mombelli
Narrazione
Saturazioni
Bassignana - Beni - Valentini
Narrazione
Viste
Beretta - Bianchi - Pedone
Narrazione
Raccoglimi Raccontami Ricordami
Bernasconi - Henestrosa
Narrazione
Pietra e mattone
Romani
Narrazione
Imagine
Minussi - Rigo
Narrazione
L’Estetica della Sicurezza
Muratori
Narrazione
The reflection of perception
Park
Narrazione
Odori nel vento
Damiano - Melchionna
Narrazione
A deep topographer’s experiment
Mbanefo
Artificial Soundscapes
/Stefano Angelucci - Giusi Francesca Mombelli/
"Mi resi conto che non esiste una reale e oggettiva separazione tra suono e silenzio, ma soltanto tra l'intenzione di ascoltare e quella di non farlo”
John Cage

L’esperienza psicogeografica prevede di compiere un percorso a piedi, dando così la possibilità di attivare tutti i sensi in modo da poter interpretare il reale. La nostra avventura inizia a Mezzovico, piccolo comune della valle del Vedeggio e si conclude a Riazzino, sul Piano di Magadino, prevedendo, quindi, lo svalicamento del Monte Ceneri. Rivelandosi maggiormente una barriera psicologica piuttosto che naturale, esso comunque viene considerato come un elemento di divisione del Canton Ticino in due parti, il Sottoceneri ed il Sopraceneri; due contesti a pochi passi di distanza, ma con caratteristiche differenti a partire dalla conformazione morfologica che cambia orientamento da orizzontale a verticale. Un’attenta riflessione ci ha indotto a porre l’attenzione sul suono, sul metodo di narrazione e sulla restituzione dello stesso ad un pubblico estraneo con l’intento di raccontare il tragitto. L'ispirazione è scaturita dalle songlines della cultura aborigena australiana: queste "vie dei canti" narravano il paesaggio attraverso una lettura topografica del territorio, resa possibile grazie ad elementi come rocce, fiumi, alberi, pozzi. Il tutto rendeva, dunque, le narrazioni dei veri e propri rituali tramandati di generazione in generazione che avevano il compito di rafforzare anche il legame uomo-natura. Giunti sul posto ci siamo stupiti di quanti rumori provocati dall’uomo siano presenti nella nostra vita. Alcuni suoni non ci arrecano più alcun tipo di disturbo in quanto oramai fanno parte del nostro vivere quotidiano, come ad esempio il continuo fluire delle macchine sulle strade; altri, invece, ci infastidiscono maggiormente, perché troppo forti o perché non ci si aspetta d’udirli in quel luogo, come ad esempio il rumore dei cavi dell’alta tensione all’interno di un bosco, lontano da centri abitati o zone industriali. Queste osservazioni ci hanno spinto ad accentuare i suoni artificiali che abbiamo incontrato, a raccoglierli ed estrapolarli dal contesto dando origine ad una narrazione uditiva della nostra esperienza. Infine ci terremmo a precisare che questi sono suoni facilmente riscontrabili in altre parti del territorio, non per forza unicamente nella realtà ticinese o svizzera, tuttavia la loro frequenza, il timbro e in alcuni casi le modalità di propagazione sono unici del luogo e del momento, guadagnandosi quindi l'appellativo di artificial soundscapes.

/Artificial Soundscapes /
Restituzione dell'esperienza psicogeografica tramite una sequenza di paesaggi sonori artificiali evidenziati durante il cammino









Saturazioni
/Federico Bassignana - Ilenia Beni - Andrea Valentini/
Lo studio del paesaggio non può essere un’esperienza oggettiva; il territorio è un soggetto attivo che risponde alle domande di chi lo interroga. Abbiamo pertanto deciso di affrontare la complessa realtà del monte Ceneri focalizzando la nostra attenzione su un tema specifico, la saturazione. Questo termine è utilizzato in ambito scientifico: il punto di saturazione è il momento in cui una soluzione ha raggiunto la sua massima concentrazione. In senso figurato, abbiamo applicato questo concetto al territorio, cercando di leggere il costruito con sguardo critico, per metterne in luce la progressiva espansione edilizia. Un’altra accezione che abbiamo voluto considerare ai fini della nostra analisi, è quella relativa allo studio dei colori. La saturazione cromatica è, infatti, il grado di intensità che può raggiungere una tonalità. Una tinta molto satura avrà pertanto un colore vivido e squillante, nel caso opposto diventerà più debole e tendente al grigio. Nel caso specifico della nostra analisi, ci siamo interessati al progressivo aumento di saturazione negli intonaci delle facciate. Se gli edifici più antichi sono caratterizzati da tonalità neutre, lo sviluppo delle tecniche di costruzione ha consentito una più audace scelta cromatica.

Ispirandoci agli studi sulla percezione della forma e del colore, condotti all’inizio del Novecento da alcuni esponenti delle avanguardie artistiche, abbiamo riletto il fenomeno della saturazione del fondo valle attraverso il linguaggio della composizione astratta.

Kandinskij, nel suo Lo Spirituale nell’arte, indaga l’effetto che forme astratte e colori esercitano sulla psiche dell’uomo. Il contenuto dell’opera consiste in suggerimenti diretti alla pratica pittorica, che noi abbiamo provato ad utilizzare, in senso opposto, per decodificare l’impatto emotivo di un panorama. Lo sviluppo edilizio degli ultimi decenni ha modificato il paesaggio in modo evidente; noi abbiamo trattato questo stato di fatto come un ready made e lo abbiamo tradotto nel linguaggio dell’arte astratta. Le forme così ottenute sono pensate per indurre nell’osservatore una presa di coscienza degli effetti che il fenomeno di espansione ha prodotto sull’area adiacente al passo del monte Ceneri.

Lo studio del paesaggio non può essere un’esperienza oggettiva: lasciamo alla sensibilità di chi osserva il compito di giudicare.

Ripercorrendo la crescita del nucleo abitato e delle infrastrutture, prestando inoltre attenzione al cambiamento cromatico nel corso del tempo, abbiamo selezionato quattro prospettive, colte lungo il cammino percorso: Camignolo, Rivera, Quartino, Riazzino.

Situato al centro della valle, il paese viene attraversato successivamente da strada cantonale, ferrovia e autostrada.


In analoghe condizioni geografiche di Comignolo, lo sviluppo del paese avviene in direzione delle infrastrutture
dell’asse del Gottardo.


Il paese si espande nel piano di Magadino, a seguito della bonifica della palude preesistente, avvenuta
a partire dal 1888.


La favorevole esposizione a sud del paese ha favorito la coltivazione della vite, segnando in modo caratteristico
il paesaggio.








Viste
/Isabella Beretta - Lisa Bianchi - Eleonora Pedone/
Oggettività e Soggettività.

Cercando di categorizzare la realtà qualcuno ha coniato i concetti di “Oggettivo” e “Soggettivo” dove il primo si riferisce ad una realtà che si trova al di fuori della nostra mente, mentre il secondo si riferisce alla realtà interiore alla nostra mente.

oggettivo agg. [dal lat. mediev. obiectivus, der. di obiectum: v. oggetto] : che concerne l’oggetto ,specifico nel senso filosofico del termine.”
soggettivo agg. [dal lat. tardo subiectivus, der. di subiectum: v. soggetto] : che riguarda il soggetto, come termine della filosofia e della psicologia, qualifica sia ciò che non si può pensare esistente se non in rapporto con il pensiero.”
fonte: Enciclopedia Treccani

Queste definizioni delineano due categorie logiche e ben determinate, fino a quando i loro confini non iniziano a intersecarsi. Qualsiasi cosa si guardi esiste in relazione al momento in cui noi la percepiamo, ma, dato che ognuno di noi lo percepisce in maniera differente, filtrandolo attraverso emozioni differenti e personali, “l’oggettività”, in teoria elemento fissile, cambia a seconda della persona di riferimento. Partendo da questo concetto abbiamo voluto provare a vivere la nostra esperienza Psicogeografica concentrandoci appunto sulle visioni “oggettive” o “soggettive” che ognuna di noi aveva durante il percorso. Il confronto fra queste diverse esperienze, ha restituito il nostro racconto del paesaggio vissuto. Nella nostra indagine sul limite tra oggettivo e soggettivo riferito a ciò che l’esperienza ci ha dato, abbiamo deciso di suddividere il percorso in modo che ognuna di noi focalizzasse l’attenzione solo su un determinato aspetto. In ognuna delle tre parti della percorso una di noi cercava di restituire una visione quanto meno influenzata dalle proprie distrazioni attraverso un video continuo che seguiva l’andamento generale del gruppo. Un’altra si focalizzava sugli elementi sonori (tramite registrazioni audio) mentre la terza cercava di catturare dettagli interessanti (attraverso fotografie). Questa suddivisione è stata ripetuta a rotazione durante il percorso in modo da aver avuto la possibilità di scambiarci i compiti e sperimentare tutti e tre gli aspetti. Per questa indagine è stato fondamentale imporsi delle regole, soprattutto quella di non confrontarsi mai durante l’esperienza, ma solo a posteriori.

La nostra scommessa voleva essere quella di riuscire a restituire il paesaggio attraverso diverse “visioni” su uno stesso elemento. Nel momento in cui abbiamo confrontato e sovrapposto il materiale raccolto questi sono stati i risultati: - quella che doveva essere una visione “oggettiva” non esiste. Le riprese sono state sempre, anche se in minima parte, influenzate dallo sguardo di chi riprendeva. - i dettagli raccolti tramite fotografie spesso erano stati osservati da un’altra persona ma quasi mai da entrambe. - le tracce sonore più interessanti sono state sentite solo da chi produceva l’audio in quel momento, forse anche per la necessità di andare a cercare questo aspetto e magari allontanarsi dal resto del gruppo.

Nella produzione finale, composta da un collage di video, audio e immagini, vi sono parti in cui i tre mezzi sono completamente discordanti ed altri in cui arrivano a combaciare quasi perfettamente, soprattutto nei casi in cui ci si trovava in un punto del percorso che si imponeva e richiedeva l’attenzione totale di tutti. A distanza di tre mesi dalla nostra esperienza , il paesaggio che rimane impresso nella nostra memoria e che stiamo cercando di restituire, è il paesaggio su cui ci siamo soffermate, che ci ha trasmesso sensazioni forti. Il nostro percorso è iniziato con un treno che ci ha portate sino ad una piccola stazione (Mezzovico) da cui abbiamo iniziato a camminare per diciotto chilometri con alcune pause. Partendo dalla stazione abbiamo attraversato micro-paesaggi totalmente differenti tra loro, costeggiando una strada in zona industriale con accanto un ruscello ed una superstrada, in cui si era totalmente estraniati e non si riusciva a comprendere dove si fosse poiché c’erano rumori di automobili a forte velocità che si intersecavano con il rumore dello scorrere dell’acqua. Attraversando diverse campagne siamo giunti in un piccolo nucleo abitato in cui vi erano tutte case antiche fatta eccezione per un piccolo complesso moderno; dopo aver attraversato il nucleo abitativo, percorrendo il cortile di una scuola dai colori vivaci, ci siamo trovati a percorrere sentieri in lieve salita che si hanno collegati ad un nuovo centro abitato. Questo risultava differente dal precedente in quanto si leggeva l’intervento della modernità che ha portato all’inserimento di una super strada nel centro abitato e ,di conseguenza, il suo sviluppo lungo questo limite. Costeggiando questa strada siamo giunti allo Splash and Spa, nostra prima sosta. Questo “contenitore di tempo libero” esternamente si presenta come una grande cupola in conflitto con il paesaggio montano esterno, ma una volta entrati ad aver avuto la possibilità di “viverlo” la nostra opinione è cambiata in quanto ci siamo estraniati dal tempo, paesaggio e pensieri e ci siamo rilassati e divertiti al tempo stesso. E’ stato interessante riscontrare come il pensiero che avevamo a priori di questo luogo sia totalmente cambiato dopo averlo vissuto, soprattuttoanche in relazione al modo in cui l’abbiamo raggiunto. Lo Splash and Spa è stato il punto da cui siamo partiti per attraversare il Monte Ceneri. Abbiamo percorso sentieri tra vegetazione boschiva, salendo di quota sino al raggiungimento della base militare e del museo della Radio Monte Ceneri. Dopo una breve visita di quest’ultimo, abbiamo iniziato la nostra discesa per il raggiungimento del Piano di Magadino. Durante la discesa abbiamo attraversato un’antica via, molto tortuosa, presumibilmente di origine romana, e siamo giunti a valle, dove abbiamo incontrato gli Scout del Gambarogno nella loro sede “la Zattera” dove ci hanno accolti. Qui abbiamo avuto una piacevole chiacchierata con loro che ci hanno spiegato diverse problematiche relative al piano urbanistico del Magadino. Dopo quest’ultima sosta, accelerando il passo in vista del raggiungimento della stazione, a buio inoltrato, siamo giunti alla fine della nostra esperienza Psicogeografica. Attraverso la nostra esperienza, siamo riuscite a restituire l’immagine di un territorio che è frutto dei nostri diversi sguardi, che è così in quanto raccontato dalle nostre esperienze.

/Viste /












Raccoglimi Raccontami Ricordami
/Maria Chiara Bernasconi - Philipp Henestrosa/
Gli oggetti raccolti durante un viaggio sono per noi l’essenza stessa del cammino. Loro ci raccontano delle storie di luoghi. Questo territorio ora ci appartiene perché lo ricordiamo.

/la mandola/
raccoglimi1

/il nastro per capelli/


/il preservativo/


/l'astuccio di metallo/


/la scatola di giocattoli/









Pietra e mattone
/Martino Romani/
Il paesaggio e i materiali dell’uomo fra Sopraceneri e Sottoceneri.
Premesse – geologia, architettura premoderna e nuove narrazioni.
La distinzione fra Sopraceneri e Sottoceneri è radicata profondamente nell’immaginario collettivo ticinese. Mentre il Sopraceneri viene considerato una regione tipicamente alpina, abitata da “gente del nord”, il Sottoceneri è identificato come una regione prealpina, legata fisicamente e culturalmente alla pianura padana. Questa distinzione radicale – soprattutto oggi che il Ticino è diventato una grande città diffusa, legata all’area metropolitana milanese e attraversata dal treno-metrò TILO – appare come una narrazione estremamente semplificata e riduttiva.
Al di là delle semplificazioni, esiste tuttavia una distinzione reale, radicale e immutabile fra Sopraceneri e Sottoceneri, legata alla geologia e alla geografia delle due regioni. Geologicamente il Ticino è diviso in due dalla linea insubrica, la faglia che separa la placca adriatica da quella eurasiatica, passando proprio per il monte Ceneri. La placca adriatica si considera come parte distaccata della placca africana; pertanto, dal punto di vista geologico, il Sopraceneri è “eurasiatico” mentre il Sottoceneri è “africano”. Oltre a questa fondamentale distinzione le due regioni si differenziano per la conformazione dei rilievi e delle valli e per la composizione geologica del suolo: mentre il terreno del Sopraceneri è costituito prevalentemente da rocce granitiche, quello del Sottoceneri è costituito da pietre calcaree e suolo argilloso
Poiché fino a un secolo fa l’uomo costruiva prevalentemente con i materiali che aveva a disposizione nelle immediate vicinanze, la diversità della composizione geologica del suolo ticinese ha portato a una grande varietà di materiali edilizi e modi di costruire. Lo scrittore ticinese Piero Bianconi (1899-1984) in un bell’articolo così li sintetizza:

“Paese complicato nella sua esiguità; dal granito e dallo gneiss della parte alta al calcare del Sottoceneri, dai cristalli del San Gottardo ai lucertoloni preistorici negli scisti bituminosi del San Giorgio, la varietà è notevole: e si riscontra In mille aspetti. I tetti, per esempio, il modo di coprirli[…]: dalle scandole di legno della Leventina alle scabre piode fiorite di verdi muschi della Valmaggia o di Blenio, dalle pulite bevole del Bellinzonese e dalle tegole locarnesi verso i curvi vibranti coppi del Luganese e le sottili lastre che coprono le casupole della val di Muggio. Una varietà grande, o meglio eccessiva per così piccolo paese, varietà che si riscontra negli usi e nei costumi della gente, nella cadenza e nel lessico del vari dialetti, nei modi di costruire.”

Con la modernità il massiccio sviluppo edilizio di cui è stato protagonista il fondovalle ticinese ha sommerso e in gran parte cancellato l’architettura vernacolare. Il modello della villetta unifamiliare, slegato dal territorio, dai materiali, dai colori e dalle tecniche costruttive tradizionali, ha sostituito i modi di costruire premoderni, così profondamente legati al territorio e alla geologia del Ticino.
Contrapponendosi all’indifferenziata edilizia speculativa, la cultura architettonica moderna ha tentato di recuperare i valori fondamentali dell’architettura vernacolare, ma facendone spesso una lettura estremamente semplificata. Secondo questa interpretazione, nel Sottoceneri si è sempre costruito con il mattone – come nella pianura padana – mentre nel Sopraceneri in pietra. Questo tipo di lettura è poi servito come base storica per giustificare le scelte architettoniche nuove: il “tradizionale” mattone del Sottoceneri è diventato così il mattone di rivestimento oggi largamente utilizzato, mentre la pietra del Sopraceneri è servita a giustificare l’utilizzo della “pietra artificiale”: il calcestruzzo a vista.

Premesse – geologia, architettura premoderna e nuove narrazioni.

La mia esperienza psicogeografica
Si è visto come la cultura costruttiva ticinese, nella sua fondamentale distinzione fra sopra e sotto Ceneri, è ricca di varietà e densa di storia, ma anche soggetta a narrazioni semplicistiche e non sempre veritiere.
Per comprendere e recuperare la cultura costruttiva vernacolare, capire cosa c’è di vero nelle semplificazioni che oggi si fanno e smascherare le eventuali “narrazioni tossiche”, bisognerebbe dedicare a questo vasto tema studi scientifici e ricerche approfondite, ma questa ovviamente non è la sede.
L’esperienza psicogeografica da noi compiuta mi ha però dato la possibilità di attraversare e scoprire concretamente i luoghi al centro delle narrazioni sulla cultura costruttiva ticinese. Il percorso fra sopra e sotto Ceneri è stato quindi da me compiuto da un particolare punto di vista: ho indagato le antiche e le nuove costruzioni – dagli edifici più significativi ai muretti a secco ai selciati – cercando di cogliere i segni concreti dei rapporti di ieri e di oggi fra geologia, paesaggio, materiali da costruzione e cultura costruttiva. Durante il percorso sono emersi luoghi e momenti particolarmente significativi, che hanno innescato impressioni e riflessioni. In questa narrazione si vuole quindi restituire attraverso immagini e brevi testi di accompagnamento questi momenti, nel tentativo di offrire una lettura del paesaggio inedita e più libera possibile da descrizioni semplicistiche e narrazioni tossiche.

Sottoceneri, la galleria base del Monte Ceneri – il rapporto mai sopito con il terreno.

Sottoceneri, la zona industriale Mezzovico-Vira – nuovi modi di utilizzare i materiali.

Sottoceneri, Camignolo – residui di costruzioni premoderne e i materiali della nuova città diffusa.

Sottoceneri, Splash & Spa – un’eterotopia in membrana siliconica-teflon.

Sottoceneri, la salita al Monte Ceneri – il paradiso perduto dell’architettura premoderna.

Sopraceneri, il Piano di Magadino – trova le differenze.









Imagine
/Alessandro Minussi - Sebastian Rigo/
Negli ultimi decenni la “città diffusa” ha divorato incessantemente luoghi ed antiche aree culturali identitarie all’interno del Cantone Ticino. Infrastrutture, nuovi poli d’attrazione e cambi di destinazione si sono insediati nel tempo cancellando il ricordo di un territorio originariamente ben gerarchizzato. Vediamo, nel “reale”, solo ciò che ci interessa o ciò che la città permette di vedere e sentire. Tutto è cambiato agli occhi degli abitanti, la metropoli sempre più selvaggia soffoca le persone e persino i ricordi. Caratteristiche architettoniche, culturali o sociali del nostro passato compaiono qua e là, di tanto in tanto, ma sono spesso sommerse dalla frenesia e dal progresso tecnologico del nostro tempo.
Durante l’esperienza psicogeografica sono state individuate sette tappe fondamentali. Lungo il percorso sono comparsi luoghi significativi, evidentemente trasformati dalle presenze odierne, ma che mostrano ancora un timido tratto di qualcosa avvenuto in un altro tempo portando con sé la loro memoria storica. Oppure luoghi il cui obiettivo consiste nell’estraneazione dal contesto in cui si trovano, portando il visitatore in un altra dimensione spazio-temporale.
Una zona industriale sorta in un’area contadina, una zona residenziale che conserva alcuni elementi dell’architettura rurale di un tempo, un vecchio stabilimento artigianale per poi arrivare nel luogo contemporaneo per eccellenza ovvero contenitori di benessere, rappresentano la prima parte di viaggio nel Sottoceneri. Dalla vecchia Radio Monteceneri, che ha completamente perso il suo passato, inizia la discesa verso il piano di Magadino. Il Ceneri, che assume anche la valenza di confine ideologico, inverte la percezione del paesaggio e lascia passare elementi caratteristici del Mediterrano anche in Europa: l’Africa è arrivata. La vecchia strada Romana e la chiesa di Quartino corrispondono alle ultime tappe significative.
L’obiettivo di questa narrazione è permettere all’osservatore, per un istante, di “immaginare” questi luoghi nella loro più significativa condizione. “Sentire”, nel proprio senso del termine, il contesto in cui erano inseriti per anni o la situazione reale per il quale sono stati creati. Lasciamo una mappa sonora dei luoghi, come in origine le mappe cantata degli aborigeni, con le quali trasformavano il paesaggio in narrazione, facendo esistere il luogo da quel momento. In questo caso si fissa il ricordo di un momento perduto. Immaginare in questa narrazione è fondamentale: è un richiamare alla mente una situazione che nella realtà non può essere percepita, ottenendo un percorso sonoro nella metropoli della città Ticino, che cerca di rileggere I grandi cambiamenti avvenuti dell’ultimo secolo. Questo viaggio immaginario ha la durata di pochi secondi, per poi finire con la reale condizione percepita ogni giorno dal cittadino.

/Zona industriale/
Il villaggio raggruppato caratterizza il territorio della cultura contadina. Orti, boschi e vigneti suddividono le campagne. Chiese e piccole cappelle, posizionate in collina, rappresentano le uniche espressioni simboliche.


/Casa Lafranchi/
Il mangiare è poco e sempre quello. Non v’è luce ne acqua in casa. All’interno dei manufatti promiscuità, angustia e odori. Le costruzioni sono frutto della penuria e della fatica. Pietre, pietre, pietre e un po’ di legno.


/Via Cantonale/
Villaggi raggruppati aventi proprietà di “microcittà”. Nel nucleo botteghe artigianali favoriscono la produzione di beni unici e di grande pregio. Tra il nucleo borghigiano e i villaggi mastro-artigiani campagne fertili e ben curate a dividere le due culture.


/Splash & Spa/
Relax e benessere, una nuova dimensione sensoriale in questo luogo eterotopico al centro del Ticino. Un'avventura oltre ogni immaginario comune. Ce n'è davvero per tutti i gusti!


/Museo della radio/
Radio Monteceneri, la prima voce in lingua italiana della terza Svizzera. Spirito di libertà e momenti importanti caratterizzano la piccola emittente al centro del Ticino. In epoca fascista filosofi ed intellettuali non potevano esprimersi liberamente se non attraverso i microfoni di Radio Monte Ceneri.


/Strada Romana/
Prima vera strada selciata della valle costruita dai romani seguendo il tracciato di un’antica pista sterrata che passava a mezza montagna per poi giungere sul Ceneri. La strada pavimentata con ciottoli levigati permette di superare il falso piano che separa il Sopra dal Sottoceneri.


/Chiesa di San Carlo/
Nelle regioni di pianura i monumenti religiosi sono architetture caratterizzate da stratificazioni nel tempo di momenti costruttivi diversi, alto-medievali, settecenteschi e poi ottocenteschi aventi lievi mescolanze con elementi e procedimenti di una cultura locale ma anche una contaminazione di altre culture.











L’Estetica della Sicurezza
/Federico Muratori/
Camminare è un atto psicologico.
Percorrendo grandi distanze a piedi si notano scorci, dettagli e panorami diversi che non noteresti viaggiando alla stessa velocità dell’automobile, e si mettono tra loro in relazione le esperienze sensoriali e speculative di ciò che ci sta attorno. Grandi pensatori del passato usavano la passeggiata come metodo per pensare. Dai filosofi greci a San Francesco, da Russeau a Kierkegaard. Sartre in una famosa fotografia si fa riprendere proprio nell’atto di camminare, ad indicare come le due attività, il pensare e il camminare fossero strettamente legate. Oggigiorno camminare sembra quasi un lusso che difficilmente si trova tempo di avere, soprattutto se si considera come i mezzi di trasporto facilitino i passaggi tra un punto ed un altro. La mattina per andare a lavoro o a scuola un uomo può scegliere se aspettare un mezzo pubblico o munirsi di autovettura per raggiungere prima la sua destinazione. Questo permette di guadagnare tempo per poter dormire, lavarsi, fare dell’esercizio, ecc. Tra gli appassionati dei percorsi montani se ne contano moltissimi che nei giorni festivi si agghindano con attrezzature ritenute necessarie e raggiungono la partenza dei loro percorsi in macchina. L’atto del camminare è per loro una scusa per poter visitare luoghi incontaminati, o quasi. Nessuno pensa mai ad attraversare lentamente quegli spazi di percorrenza veloce, le tangenziali, le strade statali, le piazzole di sosta, cavalcavia e quant’altro.
Sono i cosiddetti non luoghi. Ma come possono dei luoghi fisici non esserlo? Cosa succede se, al contrario di quello che normalmente si farebbe, uno li attraversasse lentamente e a piedi? Cosa scoprirebbe?

La camminata percorsa con il prof. Biondillo ha dato la possibilità di osservare un panorama diverso, in continuo mutamento, sia in relazione al nostro spostamento, sia in relazione più ampia con i mutamenti che il territorio del Ticino sta subendo oggigiorno. Osservando il territorio, con gli edifici e conoscendo la storia del luogo ho avuto modo di notare come molte scelte architettoniche apparentemente innocenti, nascano da un modo di pensare tipicamente comune al popolo svizzero più conservatore.

Uno degli aspetti, ad esempio, che più marcano questo territorio sono i grandi container di gas e petrolio, spettri della paura del conflitto mondiale, che garantiscono l’indipendenza energetica anche in casi estremi. Colonizzando le zone industriali limitrofe alle aree urbane e al profondo taglio che costituiscono le infrastrutture della strada cantonale e dell’autostrada, assomigliano ad un memento mori moderno.

Un’altro simbolo sempre presente nel nostro cammino che colpisce per la ridondanza del suo significato è la bandiera svizzera. Innalzata in ogni giardino, appesa alle finestre,. Questo stendardo dell’orgoglio nazionale quasi si annulla di significato nella sua ripetizione.

Casa Lafranchi a Camignolo

“La privacy non significa nascondere agli altri la vita privata, ma evitare che la vita degli altri irrompa nella mia”
Jonathan Franzen


Durante la camminata incrociamo una casa di recente edificazione. Non per forza l’ultima costruita qua attorno, ma sicuramente quella dal linguaggio più contemporaneo tra quelle che compongono il paese di Camignolo. Costruita nel 2012, il progetto nasce dal recupero di vecchie stalle. Il cemento a vista accompagna armonicamente la pietra antica, tipica della zona. Gli interni sono curati e gli spazi suddivisi tra piccole nicchie che sembrano scavate dal calcestruzzo. L’architetto, insieme ai proprietari, ci racconta quale fosse l’idea della casa, e le difficoltà riscontrate con la burocrazia per poter attuare la loro idea di modernità collegata alla tradizionale abitazione del paese. Non volevano una villetta isolata, bensì un’idea di residenza “di paese” che rispecchiasse l’identità del territorio. Quello che più colpisce però, sia nel piccolo cortile che da sul fronte, sia sul giardino nel retro, è la mancanza di una prospettiva. La vista della campagna attorno o del colle dietro è troncata dalla presenza di alti muri. L’architetto interviene, elogiando questa scelta, con la possibilità di garantire la privacy dei proprietari durante le grigliate. Questa motivazione risulta sufficiente solo ad un piano superficiale. Se le case vicine appartengono ai familiari più stretti dei proprietari, cosa devono nascondere all’interno di quei muri, tanto da dover rinunciare alla possibilità di una prospettiva sul loro amato territorio? L’immaginario di un piccolo paese viene descritto perfettamente dal regista Lars Von Trier nel film Dogville, dove l’intera scenografia è composta da linee bianche che delimitano gli spazi, senza muri, senza separazioni fisiche da uno spazio privato all’altro. La metafora risulta efficace, in un villaggio tutti si conoscono, ma, soprattutto, tutti sanno tutto di tutti. Se la preoccupazione dei proprietari è quella di non avere occhi addosso durante i loro pomeriggi in piscina o le loro grigliate all’aria aperta non è con un muro che questi si possono proteggere. Ma forse l’aria aperta non è ciò che cercano, forse è proprio ciò da cui fuggono. Forse è ancora troppo presente nella memoria collettiva la natura intesa come ente avverso, dal quale proteggersi. Oppure il timore delle guerre passate dei vicini stati europei influenza anche nel piccolo paese la scelta, ingenua, di arroccarsi in un castello, all’interno di una muraglia.

Splash & Spa a Rivera

“Il contenitore di tempo libero”
Marco Giussani, architetto


Raggiungendo la stazione ferroviaria di Rivera, costeggiando la strada cantonale, notiamo un cartello che ci indica la prossima sosta. Il percorso indicato dal cartello è un viottolo stretto, che si allontana dalla grande strada affiancando un edificio apparentemente industriale. Raggiungiamo l’imponente struttura dal retro, nonostante la strada percorsa sia quella principale. Finalmente vediamo il fronte dell’edificio, girando attorno a grossi tubi verdi che fuoriescono da una delle cupole. Incontriamo l’architetto progettista che, non soffermandosi certamente sul linguaggio architettonico, né sull’inserimento rispetto al paese o meno che meno sulla sua coerenza formale, ci presenta le qualità tecniche della struttura. Quello che però più colpisce è la definizione che egli fa dell’edificio. Il “contenitore di tempo libero”. Cercando informazioni su questo edificio mi ero soffermato su una pubblicità, dove si vedono bambini prendere a calci uno scivolo, e inorriditi osservano degli adulti spalmarsi di fango trovato in un ruscello putrido. L’aria aperta evidentemente malsana si confronta con il fantastico cupolone e aria dalla temperatura e umidità controllata, palme, piscine, contro ai prati e i boschi dell’”orrendo” Ticino. Qua la protezione dal mondo esterno è evidente e si aprono molti temi. Certamente quella della pubblicità è una visione mediatica, atta ad invogliare il consumatore a spendere i propri soldi per garantirsi la sicurezza e il benessere promesso. Il tema più interessante è la visione che hanno del proprio cantone una fetta di popolazione, che non vede certo di buon occhio la trasformazione che sta subendo il proprio territorio. Si deve anche considerare l’idea che hanno quelli che vengono dalla cosiddetta Svizzera interna del Ticino, una regione tropicale, mediterranea, come ci testimoniano l’infestazione di palme piantate da questi, che ovunque ormai prendono il posto degli alberi autoctoni. La relativamente recente rivoluzione industriale del cantone, che ha permesso a questo territorio di avere una propria economia, è quindi intesa come minaccia. Per questo ci si deve salvare, avere luoghi protetti, che non si trovano più all’interno dei propri forti confini geografici, ma all’interno di una struttura dalle fattezze di un’astronave futuristica. Questa contraddizione è evidentemente un altro segno che marca fortemente la caratterizzazione degli abitanti del luogo alla ricerca di un “contenitore” per il loro tempo libero, protetto, chiuso in se stesso, che non dialoga con il mondo esterno, pericoloso e industrializzato.

Campo di Tiro e Caserma sul monte Ceneri

“Si vis pacem, para bellum”
detto latino


Continuando il nostro percorso ci lasciamo i centri abitati, le infrastrutture e l’industria alle spalle. Raggiungiamo con poche centinaia di metri un luogo che pare lontano da ogni civiltà. Solo dopo aver percorso in salita un sentiero quasi smarrito incrociamo una strada lastricata e qualche edificazione. Si decide girare attorno ad una di queste per scoprire qualcosa di incredibile. Immerso in mezzo al bosco troviamo una radura lunga qualche centinaia di metri, in leggera pendenza. Questa radura artificiale sorprende per la sua conformazione, piccole collinette artificiali, avamposti e ripari ci fanno intendere che si tratta di una base di addestramento militare. Qua non troviamo muri, o recinzioni. La natura stessa in questo caso crea una sufficiente barriera tra il campo di tiro e la civiltà. La qualità paesaggistica è notevole, il modo in cui hanno creato questo luogo porta con se conoscenze di tipo territoriale e strategico militare. Proprio sul monte Ceneri si trova una delle caserme più importanti in Ticino, ci spiega uno dei compagni di viaggio che fa parte dell’esercito svizzero come tenente, che, seppur non una delle più prestigiose in Svizzera, è da questa che la maggior parte dei soldati della zona, e dalla svizzera interna, cominciano il loro addestramento. Proseguendo il percorso troviamo la caserma vera e propria. Subito si nota che i soldati posti a guardia del cancello d’ingresso non parlano italiano, sono di lingua tedesca. Questo simboleggia non solo una certa idea di superiorità che gli svizzeri tedeschi hanno nei confronti dei ticinesi, ma anche in un certo senso una garanzia: chi attraversa questo luogo deve sapere esprimersi in tedesco, lingua della maggioranza dei cantoni, e quindi provare di essere un vero autoctono. L’esercito territoriale svizzero è uno dei fenomeni più interessanti, in una Nazione che si dichiara neutrale nelle scelte di schieramenti di politica estera. La particolarità è proprio nella capacità di spiegamento, in quanto ogni maschio svizzero alla fine degli studi superiori viene chiamato a fare la leva militare obbligatoria. Nell’esercito vengono impiegati all’incirca 5 miliardi l’anno, tra spese e armamenti, solo per la difesa del territorio. Nessuno Stato che non sia coinvolto in operazioni militari fuori dal proprio territorio spende altrettanto. Questo denota quanto sta a cuore il mantenimento della sicurezza all’interno delle loro frontiere. Ogni soldato ha poi i poteri di polizia del territorio, avendo la libertà di interrogare chiunque si reputi sospetto, rendendo davvero questa Nazione tra le più sicure al mondo per i propri abitanti. Si può definire la Svizzera come una fortezza al centro dell’Europa, eppure si sentono costantemente sotto attacco da misteriose forze straniere, a volte i terroristi, a volte i richiedenti asilo, a volte i frontalieri. Una volta entrati veniamo scortati al museo della radio, luogo interessante non solo per l’esposizione, che i più appassionati di me possono sicuramente godere di più, ma per la storia. Infatti durante la seconda guerra mondiale i segnali radio che partivano da questo posto permettevano di ascoltare le notizie neutrali, e oggettive sulla guerra, anche in Italia, informando chi era rimasto nelle città di conoscere cosa succedesse ai loro cari in battaglia. La testimonianza di questo museo ha paradossalmente una valenza molto più internazionale di quanto il luogo dove sorge non lo vuole ammettere. Chiusa all’interno di frontiere, barriere naturali e cancelli di una caserma, l’antica antenna radiofonica rappresenta il passato che ognuno di noi si porta dietro, tramite il racconto dei nostri genitori tramandato dai loro.

Conclusione
L’idea che il territorio mi ha donato è quella che personalmente ho visto, relazionandola sempre alla mia storia. Non si propongono giudizi, ma fatti che comprovano il proprio ragionamento. La protezione del territorio ha permesso alla Svizzera di essere un paese sicuro dal punto di vista economico, politico, e militare. Nel momento in cui si intraprende un percorso così particolare a piedi gli spunti di riflessione appaiono inaspettatamente. Ciò ha permesso che le esperienze passate e le conoscenze accumulate si unissero a quelle nuove, rafforzando idee e mutandone altre.
Camminando si ha la possibilità di ascoltare, dialogare e raccontare quello che si vede, influenzandosi a vicenda con gli abitanti, con i compagni di viaggio e con i percorsi. L’atto della passeggiata, antico come il pensiero umano, è un momento di simbiosi con il territorio sul quale si attua. Ci si appropria del luogo, lo si invade per restituirne una propria interpretazione, anche inaspettata rispetto alle idee che si creano nel momento dell’aspettativa.
I ricordi che si raccolgono al termine della giornata sono sempre confusi, in ordine sparso nel cervello che li organizza secondo criteri personali. Solo dopo qualche giorno, o settimana, si ha la possibilità di saper dire che cosa sia successo, come quando osservi un avvenimento importante, non si percepisce mai nel momento stesso, ma solo dopo che, al termine, tenti di ricordarlo. Così come il nostro corpo necessità di riposo dopo una lunga camminata, anche il nostro pensiero ha bisogno di fermarsi per potersi guardare indietro.







The reflection of perception
  A second look at the intrinsic complexity of apparent banality
/Chan-Woo Park/
“Walking … is how the body measures itself against the earth.”
Rebecca Solnit, Wanderlust: A history of walking


The earth is a place irreversibly marked. For exploring the territory, setting boundaries and connecting places, humans tend to use clear, simple conventions to guide and inform. Even so, if one was to be transported to a place; of similar cultural and spatial background as the one he or she has been accustomed to; but at the same time unfamiliar; would he be able to orient himself and read the signs that define a specific place?

The natural course of society has been pressuring us into a state of blasé, our empathy decreasing with each moment. It is interesting to observe how the dialogue between many fields including economy, anthropology and geography converge to form places filled with meaning. Meaning is all around us, therefore the apparent banality of any space can be quickly invalidated upon a closer inspection. The drift, or derive permits us to reconnect and explore a forgotten reality that exists whether we consciously acknowledge it or not. Traversing the territory by foot allows us to participate in an esthetic experience and to engage the environment in ways motorized transport limits or denies.

We are all heroes of our own destiny, and our journey begins with the first steps taken in the station of Mezzovico (Ticino, Switzerland). A formerly picturesque landscape now unapologetically divided and fragmented by the infrastructure. Historically, the route was travelled on a north south direction connecting trails as far as Rome or Berlin.

Mezzovico

Rural

Scuola Camignolo

Splash & Spa

Museo della Radio

Piano di Magadino

The serendipitous nature of exploring the unknown by foot can provoke, enlighten and create new emotions. By recording an experience, the invitation to participate in a work of art remains open.







Odori nel vento
/Rosita Damiano - Riccardo Melchionna/
“Quando di un antico passato non sussiste niente, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più intensi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’ odore e il sapore restano ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a reggere, senza piegarsi, sulla loro gocciolina quasi impalpabile, l’ immenso edificio del ricordo”
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto: Dalla parte di Swann

L’odore è uno strumento cognitivo dal valore incomparabile, al quale oggi si ricorre con sempre minor frequenza ed interesse. Il senso dell’olfatto non ricopre una semplice funzione biologica, ma è un collettore di preziose informazioni. Gli odori hanno infatti un’incredibile capacità di risvegliare all’improvviso un’esperienza passata e radicata nel fondo della nostra memoria. Così un certo profumo risentito a distanza di anni può rievocare in noi un episodio dimenticato della nostra esperienza. Ancora oggi utilizziamo gli stessi sistemi cognitivi che l’uomo possedeva milioni di anni fa: la natura dell’uomo paleolitico era infatti quella di cacciatore-raccoglitore, attività nelle quali l’utilizzo dei cinque sensi rivestiva un ruolo fondamentale. Non è solo grazie alla vista che possiamo vedere il paesaggio che ci circonda, con i suoi colori e le sue forme. Esso ci avvolge, ci penetra e ci contiene anche ad occhi chiusi, attraverso l’esperienza tattile, uditiva ed olfattiva.

Nel vivere l’esperienza psicogeografica abbiamo deciso di operare una lettura del paesaggio basata sulla percezione dei suoi odori. Attraversare un territorio camminando permette di viverne tutte le sue qualità: in particolare ci siamo concentrati sull’ intensità olfattiva degli elementi del paesaggio, interrogandoci sulla possibilità che questa offre di identificare un luogo e di ricordarne l’essenza.

Durante il percorso abbiamo operato una mappatura dei luoghi attraversati, tramite la registrazione dei loro odori ad intervalli regolari, distinguendo due categorie differenti: odori del paesaggio naturale e di quello artificiale. In questo modo abbiamo voluto identificare le caratteristiche del paesaggio e analizzare quanto quest’ultimo fosse stato trasformato dall’intervento umano. Con l’utilizzo di una scala di intensità con valori crescenti da 0 a 20 si realizza a posteriori una “sezione olfattiva”, che, come un elettrocardiogramma, riproduce graficamente l’attività evolutiva del paesaggio.

Si restituisce così la narrazione dell’esperienza geografica, dove gli odori costituiscono una chiave fondamentale di lettura del territorio: l’odore descrive, racconta, libera il paesaggio dalle sue forme e dalla necessità di comprenderlo con la sola vista; l’odore ci restituisce il paesaggio attraverso le sue molteplici sfaccettature, creando esperienze che perdurano nella memoria.

/Odori nel vento/


Restituzione olfattiva del paesaggio, attraverso cui si racconta l’interazione tra due grandi realtà: naturale e artificiale. Con l’utilizzo di una sezione grafica, una mappa del percorso e una documentazione fotografica, tra loro perfettamente sincronizzate, si forniscono elementi per una lettura olfattiva del territorio. Per aiutare la comprensione degli elementi naturale e artificiale è stato previsto l’utilizzo di due tracce sonore: una musica classica associata al paesaggio naturale ed una elettronica che descrive quello artificiale.






A deep topographer’s experiment
Re-linking our Cosmos through Human flight and Speed
/Solange Mbanefo/
Psycho-geography, is known today as a technique of the body originating from the French artistic avant-gardes called the Situationists, 1950, Paris. One of the revolutionary members, Guy Debord, once said, “People can see nothing around them that is not in their own image. Everything speaks to them of themselves.”

Today, it has become a trans-disciplinary practice that gathers various fields of research that are motivated by the desire to understand and subvert the ways in which everyday life is conditioned and controlled by the universal organisation of the environment. For the Situationists, the idea of locomotion without goal was the basis of their coined term of de/rive or drift, one of the key principles employed for their pioneering psycho-geographical experimental enquiries.

Many of us are intrigued to understand Reality and its’ different contradictions it seemingly conducts, such as its’ irrational expectations towards our computed and linear thought processes. However, for our contemporary society, the physical act of walking is exponentially being neglected. Our strenuous technology-dependant lifestyles has decisively lost interest in the act of travelling on foot, which has now become an endangered narrative that we have lost touch to prioritize with. One of our primordial instincts is on the verge of disappearing: our contact with Nature. The stream of listening to our natural consciousness is becoming more and more rare within our conventional society. The Situationists were strongly against the so-called: Société du Spectacle , or the Consumerist Society, which had fallen into the tempting seductions of Capitalism since the Industrial Revolution until today.

The City’s lack of Soul and Heart, is a result of the urban context that has elevated machine-men that have forgotten how to believe, have failure of Vision, and usually our lack of precious time has almost washed out special moments we could spare to breath in the fresh air, to stop and smell those orchids, to contemplate the frosty streams in the nearby park, or to witness sunsets, as one of the various examples.

As an experiment, I put myself in the feet of a Deep Topographer. The latter is a title coined by a very peculiar psycho-geographer called Nick Papadimitriou who rose to fame as he dissected the complex and neglected London suburbs. In his own style, he has stayed faithful to Debord’s urban coalition of "study[ing] the precise laws and specific effects of the geographical environment, consciously organized or not, on the emotions and behavior of individuals." However I wish to borrow this term for its grammatical accuracy to the experimental analysis of this course.

I wanted to adopt a narration that would enable a stimulating development of perception out of the presumed commonplace. The two aren’t opposites. The inexplicable and the obvious often complete each other. Henceforth, my psycho-geographical method shall no longer be strictly on foot. This narration is aimed at challenging the conventional current of natural consciousness. I will portray the concept of chancing the sublime that lies within nature with two new perspectives of a techno-utopian provocation. The first one is the commercialization of flight. More precisely, Human Flight. The second one is Speed, which is the defining factor that portrays my Deep Topographer’s point of view. The determined speed shall start at 1.4m/s, walking average, and will range between 180 and 80 meters per second, which are the initial and sequential constant speeds of a human body as it exits a plane until it stabilizes at the free falling constant velocity. This extreme sport is also known as Skydiving.

Apart from architecture, one of my first passions was the liberty one could attain by flying. I started skydiving from the age of 17 and I’ve been more than certain that my early exposure to this sport has enabled me to perceive nature and the surrounding environment with higher sensitivity. The challenge was in understanding how, why and with what instrument I could use to demonstrate my intuitive assumptions.

The first aspect of the experiment was based on retracing the same route we had explored on foot with our course professors. The walk lasted all day and was our first psycho-geographical experience. The ironic thing that first struck me was that I had studied the last part of the valley of concern for many years, since it was where the Skydiving DropZone was based. We had to analyze the wind currents in order to land and avoid deploying incidents, we had to memorize the Ceneri valley’s topography to avoid high-tension itineraries or risk zones for the individual flyer. I knew the region on the macro scale very well! However, this psycho-geographical course unraveled the hidden beauties of the micro scale. However, to my amusement, I saw an interesting link. They both complete each other. The macro shows you the context of where you are. It exposes the breathtaking immensity of the Whole that we are thoroughly part of. The micro experience is clustered with detail, odors, sounds, colours, textures and life. As we walk through any landscape, we immerse our senses, we dive our thoughts into what we are now part of.

The second aspect is speed. The changing phenomenon about walking long distances in an environment is the speed that we have lost touch with. We are usually driving around on bikes or in cars and the distances of the built remain fairly stretched out to a new machine-sized scale. A man walks at roughly 1.4 meters per second. For the contemporary urban dweller, it is very very slow. This is why we manage to dive into the environment with such fascination. We have a more natural timespan for our bodies to adapt and understand where it is located. On the other hand, in free fall, you have roughly, one to five minutes of total freedom as one cuts through the majestic sky. Those few seconds are however enough to overwhelm the mind and inject the physical body with awareness of where we usually walk. It shows us the endless possibilities of drifting, the invariable paths we can wonder along and it gives us a justifiable vision that is adapted to its relative speed. If we would inverse the different speeds between walking and flying, our brains would not comprehend anything. We would get seriously dizzy zapping through a dense forest where our eyes will get suddenly lost with all the infinite little details racing past our hungry eyes. On the other hand, if we could spend hours and hours in the sky, it would almost loose it’s deep value since we would be statically floating at a speed of 1.4 meters per second over a very similar environment that is deprived from stimulation of all the other senses. In the stratosphere, it is probably too cold to smell abundant odors, our bodies are not capable to catch clouds and it is extremely cold.

To conclude, every vision has it’s own respective speed and I believe that broadening our spectrum of awareness is indeed a pragmatic opportunity we should all take if given the chance.

In the words Paul Virilio, speed enables you to see. It does not simply allow you to arrive at your destination more quickly. Rather, it enables you to see and foresee… be it slower or faster, speed changes the world vision. Most psycho-geographers advise us to slow down and perceive the micro-cosmos we belong to. As a claiming Deep Topographer, the advice is to try and diversify your appreciation of the macro-cosmos. Use the opposing end of the spectrum to enhance your vision and perceptive qualities in order to appreciate and recognize where we are All naturally from.

/The conception of my personal narration/









Campus Ticino - Mendrisio/Lugano
Narrazione
Petit Grand Tour
Caddeo
Narrazione
Passaggi
Bonini
Narrazione
Infrastrutture
Vasvari
Narrazione
Via Lucis
Crespi
Narrazione
In-between Spaces
Lietha
Narrazione
Tra Lago e Montagna
Pastore
Narrazione
Flussi sonori
Tonelli
Petit Grand Tour
/Alberto Caddeo/
In epoca in cui affrontare il Grand Tour era obbligatorio per essere riconosciuti come artisti, molti pittori diretti in Italia si trovavano a dover attraversare il Ticino. Non pochi vennero ammaliati dal pittoresco potenziale delle sponde del lago di Lugano e dal profilo sinuoso delle montagne che lo circondano. Prima di subire una aristocratizzazione, con l’avvento delle carrozze, il Grand Tour veniva svolto a piedi. Si trattava di esperienze psicogeografiche ante litteram dove la narrazione di ritorno si concretizzava nei dipinti. Il concetto di paesaggio come creazione dell’occhio filtrata dalle esperienze personali e dunque puramente soggettiva, trova conferma nella varietà di diverse versioni degli stessi soggetti dipinti. La nostra esperienza psicogeografica ci ha portato da Capolago a Lugano, intrecciando il nostro percorso con quello intrapreso dagli artisti del secolo scorso e quello precedente. Riguardando quelle vecchie stampe si possono ritrovare delle forti somiglianze con il territorio contemporaneo, in alcuni casi però le trasformazioni che si sono depositate sul territorio rendono molto difficile l’identificazione dei luoghi raffigurati. La cultura dell’automobile ha portato il cambiamento maggiore nel paesaggio, imponendo infrastrutture urbanistiche di dimensioni imponenti che cozzano con il delicato profilo dei monti prealpini.

Coprire la distanza che abbiamo percorso noi interamente a piedi ha riservato qualche sorpresa, infatti i collegamenti pedonali tra i paesi sono praticamente inesistenti e bisogna servirsi di passaggi di fortuna, come il ciglio di una ferrovia o il bordo di una strada non pensata per la sicurezza di un camminatore, per dirla con un eufemismo. Il nuovo soggetto del gran tour, assieme al lago e alla skyline definita dai rilievi è la strada (e la ferrovia).

In alcuni casi invece le sponde del lago sono state trasformate in modo più sensibile, senza lacerare la carica sublime del luogo, valorizzandone l’aspetto suggestivo e rendendo la contemplazione del panorama più comoda.

Le immagini qui proposte indagano come l’architettura ha modificato il territorio, e come si presenterebbero quei dipinti antichi se fossero ripresi ai giorni d’oggi
Originale: Gabriel Lory Fils (1825)
Originale: Francis Towne (1781)
Originale: Ambrogio Preda (1870)
Originale: Hans Conrad Escher von der Linth (1795)
Anonimo








Passaggi
/Niccolò Bonini/
A metà tra due poli geografici, il Nord e il Sud Europa, il Ticino rappresenta per eccellenza un luogo di passaggio: di popoli, di clandestini, di libri e riviste clandestine, di studenti, di artisti, di lavoratori, di auto e treni, di soldi, di sogni.
L’identità di questa regione, caratterizzata da una particolare conformazione orografica e da una forte presenza delle infrastrutture di trasporto, è il fatto di essere un crocevia bidirezionale di persone, di cose e di informazioni.
Queste infrastrutture, strada cantonale, autostrada e linea ferroviaria, a volte corrono parallele lungo il loro percorso, a volte si intersecano tra di loro creando dei punti internodali, altre volte interagiscono con l'orografia del luogo "forandola" in determinati punti per potervi passare attraverso.
Durante il nostro cammino da Capolago a Lugano non mi è stato possibile non cogliere questa forte presenza dell'infrastruttura, diventando così passo dopo passo il leitmotiv dell'intera esperienza psicogeografica, accompagnandoci dall'inizio alla fine; a volte costituendo il nostro stesso cammino, a volte trovandosi accanto a noi e a volte trovandosi a dovere essere da noi attraversata.
Il rapporto da pedone-camminatore con l'infrastruttura mi è risultato ancora più forte, da un punto di vista visivo, corporale ed emotivo, in corrispondenza di quei punti di connessione del sistema, ovvero dove i suoi componenti si intersecano o dove esso interagisce con gli elementi naturali. Questi punti mi sono quindi sembrati significativi in quanto rivelatori inconsci della condizione generale di questo territorio: l'essere un luogo di passaggio "tagliato" da questo sistema.
E' inoltre curioso notare come molti di questi luoghi di passaggio e connessione costituiscano fertile terreno di sfogo per i giovani graffitari, ciò che è ben visibile in alcune delle immagini, quasi come se le loro intenzioni fossero di esprimere la loro arte, che tende spesso alla rivelazione di una realtà altra, proprio in questi spazi, non tanto per la loro mancanza di sorveglianza, quanto più per la condizione di indeterminatezza spaziale e temporale (i treni che passano veloce sopra di essi) che li caratterizza. Questa specifica condizione del territorio, quella di essere letteralmente attraversata dalle infrastrutture, è narrata per mezzo di un piccolo reportage fotografico di immagini in bianco e nero di questi punti critici che ne rivelano implicitamente la natura intrinseca.
L'autostrada attraversa la strada cantonale sovrastandola, "tagliando" la vista del paesaggio.
Le infrastrutture intersecandosi creano dei "buchi" che diventano parte del paesaggio.
La linea ferroviaria si crea un varco nel Monte Generoso per poterlo attraversare.
Le infrastrutture si relazionano all'orografia ognuna in maniera diversa.
Infrastrutture, montagne e lago in un solo colpo d'occhio.







Infrastrutture come paesaggio
/Raul Vasvari/
The ubiquity of contemporary infrastructure cannot be overstated; it silently conveys, inhibits, facilitates and mediates. Today, especially in Switzerland, where landscape exists, so does infrastructure. In our era, infrastructure has gained a new degree of visibility and complexity which separates it from the entire pre-industrial history of human life and culture. Landscape is not purely a temporal or biophysical phenomenon. Culture is an integral component in the formation of both landscape and the infrastructural systems which transverse it, many of which are unique to place and people.
The romanticised image of swiss landscapes and especially the ones in Ticino, with its mountains, lakes, and forests, as hard as it is to accept by its inhabitants, are forever “infested” visually, accustaically and even phenomenologically with the presence of the infrastructure. The fact that the “sublime” that we are used to feed ourselves with, is becoming more and more remote and artificial can no longer be ignored. The question is, to wich extent this is a negative thing. Infrastructure as we perceive it, has become both culturally and physically peripheral, resigned to crumble and rot, a secondary unwanted landscape that we do not want to accept and to adopt- “non places”. However we do not realise that its omnipresence has irreversibly changed the primary landscape forever, and whether we like it or not it is there, everywhere, even at the Swiss Miniatur (especially there). Thus, one should consider necessary to recontextualize landscape, the common medium for human inhabitation, as infrastructure and viceversa; a practice inexorably tied to the history of human civilization.
According to Denis Cosgrove (famous cultural geographer, in his essay “Social Formation and Symbolic Landscape” 1984) : “landscapes emerge from specific geographical, social, and cultural circumstances; [...] landscape is embedded in the practical uses of the physical world as nature and territory.[...] These practical uses of the physical world are infrastructural: transport, production, mediation, facilitation.”
Therefore, whether this lost sublime paradise is trully lost, or is just transformed, being a matter of perception or acceptance, or whether it has undergone an irreversible distructive path, each can answer for his own. This short personal movie, as a collection and documentation of lively bits of infrastructure and landscape (inspired by conceptual practices of artists like Hilda and Bernt Becher, but in the spirit of the ideas of Guy Debord) does not claim to give an answer to this question. It tries, however, to seize and emphasise this discrepancy between a landscape that we are accustomed to like and to “love” , and its alter-ego, a hard to digest one, but “painfully” present, between a blind view to the lake and the noise behind, let’s say.


/Infrastrutture come paesaggio/









Via Lucis
/Alessio Crespi/
Un’esperienza psicogeografica è il riuscire a “guardare”, e non necessariamente a vedere, ciò che ci circonda. La mia interpretazione a questo esercizio è stata la volontà di negare il senso percettore, di cui tutti pensiamo sia la principale fonte della nostra memoria, ossia la vista, ma utilizzando le doti degli altri sensi. Per questo motivo ho deciso di bendarmi lungo tutto il percorso che parte dalla frazione di Capolago fino alla sede dell’Università della Svizzera Italiana a Lugano. L’idea, a cui mi ispirai per questa narrazione psicogeografica proviene dalla mia coinquilina, Esme Brooker, mentre ero in Erasmus a Glasgow: lei ha cercato di scoprire il territorio tedesco di Stoccarda completamente bendata per una intera notte (https://www.youtube.com/watch?v=OmgBtGi6wcs).

Questo modo di scoprire e leggere il paesaggio che ci circonda in una dimensione diversa da ciò che caratterizza la professione dell’architetto mi ha fin da subito affascinato e ho cercato di proporla in questa passeggiata educativa.

Le regole di questo gioco ... psicogeografico
Non avendo alcuna idea di come si potesse affrontare una camminata psicogeografica, per di più da non vedente, cercai di attingere alla mia esperienza da animatore/pagliaccio per bambini: per organizzare un gioco è necessario prevedere delle regole divertenti alle quali tutti devono attenersi per l’ottimo successo del gioco, con ovvie varianti in corso d’opera. Perciò decisi di pormi nella stessa condizione, nella quale bambino e animatore sono la stessa persona, e definire dei punti chiari sul come “giocare” al meglio questa esperienza:
- Il percorso va affrontato tutto a piedi;
- l’esperienza va fatta completamente bendata (con eccezione nei tratti pericolosi);
- il bendato deve essere accompagnato;
- la performance deve essere registrata con qualsiasi mezzo tecnologico a sua disposizione (con foto, filmati, registrazioni sonore);
- il “cieco” deve cercare di prendere degli appunti di viaggio per una maggiore facilità di rilettura del lavoro svolto in un secondo tempo;
- bisogna cercare utilizzare tutti i sensi a disposizione per comprendere al meglio il paesaggio presente.

Compiti a casa …
Il giorno seguente all’escursione bendata ho cercato di restituire graficamente, con semplici disegni acquarellati, ciò che avevo vissuto senza essere influenzato dal materiale raccolto durante l’esperienza: fu una sorta di stampa cartacea dei ricordi presenti nella mia mente. L’unico aiuto in questa rielaborazione furono gli appunti presi nel corso della performance, soprattutto per collocare cronologicamente le diverse tappe. La fase successiva a questa narrazione grafica fu il confronto con il materiale visivo registrato, nel mio caso attraverso dei brevi video, per compiere delle riflessioni relative al territorio attraversato.

… e la mia narrazione
Dopo questa prima fase, ho deciso di raccontare questa mia esperienza come una “Via Crucis” narrata nei percorsi devozionali cristiani (Sacri Monti), nella quale l’atto del camminare e fermarsi di fronte ad una determinata “stazione” fa rivivere nel presente ciò che ormai appartiene al passato remoto. Lo stesso effetto ho cercato di proporlo nella mia narrazione laica (da qui il titolo VIA LUCIS), nella quale le quattordici tappe sono frutto di analisi di temi “sacrali” nella definizione del territorio del Canton Ticino: è il passaggio tra nord e sud Europa (I. Stazione e III. Cavalcavia), ossia una terra di confine (II. Tipografia), dove si manifesta l’incontro di differenti culture (XI. Museo, XII. Piazza e XIII. Magazzini e XIV. Università) in un ambiente, però, con forti tradizioni religiose (IV. Cappella e VI. Santuario) e identitarie (VIII. Monumento, IX. Labirinto e X. Patibolo). Tutto ciò è sostenuto da un contesto naturalistico fortemente caratterizzante (V. Lungolago e VII. Foresta). Questa mia lettura del territorio ticinese è riassunta in questo elaborato chiamato per l’appunto “Via Lucis”, nella quale il termine latino Lucis (luce) vuole essere l’antitesi dell’esperienza vissuta, ossia il camminare bendati da Capolago a Lugano.



I.
Stazione /ˈsteɪʃ(ə)n / 車站 / 45°54'11.12"N / 8°58'44.25"E
08.11.2014 _ h 9.10
Via Famiglia Carlo Scacchi 1 _ Capolago _ Switzerland (CH)

“Da qui parte la mia esperienza psicogeografica, mi metterò questi occhiali con lenti in cartone e proverò a camminare da qui a Lugano completamente bendato.”

"From here I start my psychogeographic experience, I will get these glasses with cardboard lenses and I’ll try to walk from here to Lugano completely blindfolded."
Alle 8.40 mi recai presso la Stazione di Capolago (CH).
Nell’attesa dei miei compagni preparai l’attrezzatura: montai la telecamera GoPro sopra il casco, controllai il collegamento Wi-Fi con il mio cellulare. Sembravano gli stessi preparativi prima di qualche missione speciale di un film hollywoodiano. Provai gli occhiali con le lenti oscuranti. La prima sensazione fu abbastanza strana: da piccolo ho sempre avuto paura del buio, perciò il camminare da Capolago a Lugano bendato era, più che un’esperienza educativa, una sfida personale. Poco prima del transito del treno, giunsero alla stazione Laetitia e la sua amica Alessandra, che volontariamente si offrì di farmi da accompagnatrice (fu la prima volta che la incontrai!). Puntuali alle 9.10, con l’arrivo di tutti , ebbe inizio quest’esperienza psicogeografica.



II.
Tipografia / tʌɪˈpɒɡrəfi / 印刷業 / 45°54'20.43"N / 8°58'51.75"E
08.11.2014 _ h 9.30
Via Carlo Maderno 13 _ Capolago_ Switzerland (CH)

“I proprietari, accogliendoci in casa loro, dissero: - Questa fu l’ex tipografia elvetica. Da qui passa la nascita dell’Italia. Ma pochi conoscono la sua esistenza.”

"The owners, welcoming us into their home, said: - This was the Swiss typography. From here goes the birth of Italy. But few know about its existence."
Sentii subito la fiducia di Alessandra e mi feci guidare:
l’immagine più chiara per spiegare cosa stavo provando è quella del bambino che non sapendo camminare si lascia tenere in piedi dalle braccia della mamma. Dopo pochi passi ci fermammo davanti ad una targa commemorativa. Il professore volle rilevare l’importanza del luogo che ci prestavamo a visitare. I proprietari, marito e moglie, ci spiegarono, orgogliosi, la loro volontà di salvaguardare - restaurare quella storica tipografia elvetica trasformandola in un museo / casa privata. Si sentiva nella loro voce la fierezza di essere riusciti a riportare alla luce un pezzo di storia, di cui pochissimi italo-ticinesi conoscevano l’esistenza. Infatti, tra quelle mura durante il Risorgimento furono stampati clandestinamente volantini inneggianti l’unità d’Italia.



III.
Cavalcavia /ˈəʊvəpɑːs /立交桥 / 45°55'0.22"N / 8°59'6.13"E
08.11.2014 _ h 10.38
Via Cantonale 95_ Melano _ Switzerland (CH)

“A un certo punto il professore si fermò e disse: - Qui c’è la vera immagine del Ticino con l’autostrada, la ferrovia, la cantonale, il lago, e la villetta con la palma.”

"At one point, the professor stopped us and said: - Here there is the image of Ticino with motorway, the railroad, the canton street, the lake, and the house with palm."
Uscimmo dal cortile dell’ex-tipografia e riiniziò la prova in direzione Lugano.
Presi a braccetto la mia guida Alessandra e ci dirigemmo verso nord: il sole non riscaldava molto, anche se la giornata era molto serena dopo lunghe settimane piovose. Incominciai a decifrare quali suoni mi avrebbero accompagnato in quest’impresa e chiesi alla mia accompagnatrice di essere per un giorno i miei occhi descrivendomi il paesaggio. Subito mi accorsi dell’importanza del parlare per sentirmi a mio agio. A un certo punto il professore bloccò il gruppo. Il rumore delle automobili sulla cantonale si fece più intenso, come se fossimo in un tunnel, ma quest’idea fu subito smentita dal ritmo costante delle vetture sopra di noi. Ci trovavamo sotto un cavalcavia, dove si rappresenta l’attuale situazione del Ticino contemporaneo.



IV.
Cappella /ˈtʃap(ə)l / 教堂 / 45°55'15.67"N / 8°58'51.89"E
08.11.2014 _ h 11.00
Via Santa Lucia 1 _ Melano _ Switzerland (CH)

“Con sorpresa mi dissero che mi trovavo di fronte a questa cappella dedicata alla protettrice dei ciechi, Santa Lucia: pensai che fosse stato un segno del destino?”

"To my surprise they told me that I was in front of this chapel dedicated to the protector of the blind, Saint Lucia: was it a sign of destiny?
Il percorso proseguì sul marciapiede alla destra della strada cantonale.
Alessandra continuava a esautorarmi di descrizioni e allo stesso tempo mi premeva alla sua destra contro i muretti di cemento, per paura che potessi invadere la careggiata. Da qualche chilometro un freddo umido dell’ombra delle montagne continuava a pungere la pelle. Tale sensazione perdurò fin quando non attraversammo la strada: il calore del sole incominciò a scaldarmi le spalle. Svoltando così verso sinistra, prendemmo la direzione lago. Passammo sotto a un lungo cavalcavia autostradale, che a detta di tutti i presenti, dipinto con ottimi graffiti. Giungemmo vicino alla riva e rimanemmo sorpresi da ciò che ci attendeva, una cappella dedicata alla protettrice dei ciechi, Santa Lucia. In quel momento mi sentii, stranamente, rincuorato.



V.
Lungolago /ˈleɪkfrʌnt / 湖滨 / 45°56'8.31"N / 8°58'7.05"E
08.11.2014 _ h 11.58
Via Rodari 1 _ Maroggia _ Switzerland (CH)

“Un lento ondeggiare del lago, questo muro di cemento alto quanto me alla mia destra e quel DIN- DON- DAN di fronte a me: siamo arrivati qua a Maroggia.”

"A slow swaying of the lake, this concrete wall as tall as me on my right and the Ding Don Dong in front of me: we got here to Maroggia."
Dopo aver preso un breve appunto con il mio metodo del foglio-piegato,
l’esperienza psicogeografica in direzione Maroggia: per molti passi alla mia sinistra si mantenne il dolce ritmo del lago e alla mia destra percepivo il ronzio scostante dell’autostrada. Il suono talvolta era spezzato dalla presenza di alcune abitazioni che creavano una barriera fonica. Alessandra mi aiutò a superare l’ingresso ad un parcheggio e aggrappandomi alla sua tracolla oltrepassammo un campeggio e campi di erba appena tagliata: percepii quell’inconfondibile odore di freschezza. Continuammo a camminare in quel limbo tra rete autostradale-ferroviaria e lago per circa cinquanta minuti fino a giungere a un viale ove il suono delle campane mi diede la certezza dell’ora e del luogo: Maroggia, ore 12.00.



VI.
Santuario /ˈsaŋ(k)tjʊəri / 道院 / 45°56'21.32"N / 8°58'2.95"E
08.11.2014 _ h 12.17
Oratorio della Madonna della Cintura_ Maroggia _ Switzerland (CH)

“Il rumore mi disorientava: pensavo di essere stato abbandonato in una piazzola di sosta dell’autostrada, invece mi trovavo a pochi metri da questo sacro santuario.”

"The noise was confusing me: I thought I was abandoned in a lay-by on the motorway, instead I was a few meters away from this sacred sanctuary."
Mentre il tintinnio delle campane era sempre più assordante, entrammo, in un corridoio urbano:
le voci cominciavano a diventare sempre più strette e il mio bastone inciampava continuamente nei bordi del pavimento in selciato. Dopo pochi passi fummo nuovamente su un marciapiede. Oltrepassando un piccolo cavalcavia, entrammo in un parco con un campo da basket. Il rumore delle vetture si fece assordante. Il disorientamento fu totale: forse mi trovavo in una piazzola di sosta dell’autostrada e non me ne ero accorto. Il sentiero continuava a salire, il respiro si fece affannoso e il rombo veicolare si avvicinava ai miei orecchi. Alessandra mi disse che eravamo giunti al Santuario della Madonna della Cintura e me ne accorsi nel momento in cui, come San Tommaso, ne toccai i mattoni della facciata seicentesca.



VII.
Foresta /ˈfɒrɪst / 林 / 45°56'30.04"N / 8°57'58.15"E
08.11.2014 _ h 12.35
Via Collina 2 _ Bissone _ Switzerland (CH)

“Mi dissero di togliermi gli occhiali e, come potete costatare, mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita: mai versi furono più appropriati.”

"They told me to see again, as you can see, I found myself within a dark forest that the straightforward pathway had been lost: verses were never more appropriate."
La sosta durò pochi minuti. I miei compagni rimasero affascinati dal panorama
che si vede da quel pianoro di fronte al Santuario. Mi consigliavano di togliermi gli occhiali per rimanere anch’io estasiato da quella visuale. Decisi a malincuore di assecondare la proposta fino a quando Francesco, l’assistente, mi obbligò a toglierli per continuare in sicurezza l’esperienza. Alla sinistra del santuario prendemmo un piccolo sentiero, poco battuto e scalammo la collina che sovrasta la galleria San Nicolao. In quel momento rimasi così affascinato della possibilità di vedere, dopo quasi tre ore di buio, che dimenticai i suoni che mi circondavano, ma mi concentrai soprattutto sulla bellezza dei colori autunnali di quella fitta foresta. La sensazione fu la stessa in cui si è svegliati da un lungo sogno e si torna alla realtà d’immagini.



VIII.
Monumento /ˈmɒnjʊm(ə)nt / 碑 / 45°56'58.23"N / 8°57'53.93"E
08.11.2014 _ h 13.36
Via Maroggia 1 _ Bissone _ Switzerland (CH)

“Questo è il paese che ha dato i natali il 27 settembre 1599 a uno dei tre architetti pontifici ticinesi, Francesco Castelli detto Borromini. Benvenuti a Rom … Bissone.”

"This is the village that gave birth on September 27, 1599 in one of the three Pope’s architects from Ticino, Francesco Castelli said Borromini: welcome to Rom..Bissone."
Dopo uno scollinamento di trequarti d’ora, cominciarono a riapparire segni di un centro abitato.
Rimisi gli occhiali oscurati e mi concentrai nuovamente sul vocabolario di suoni percepiti all’ultimo istante di buio. Il rumore dell’autostrada tornò violentemente nei miei timpani finché non me lo sentii fin sotto i piedi: infatti, come Alessandra riferì, stavamo attraversando il viadotto pedonale verso il centro storico di Bissone. Da questo punto in poi fu una discesa a ostacoli: i gradini non avevano una pedata costante, e giunti, vicini alla cantonale, dovetti porre molta attenzione nello schivare i tavolini dei bar. Poi, tutti insieme entrammo nella sede del comune, ove una signora ci descrisse le origini e il vanto di questo piccolo paesino lacuale: qui a Bissone nacque nel 1599, Francesco Castelli detto il Borromini.



IX.
Labirinto /ˈlab(ə)rɪnθ / 迷宫 / 45°57'14.94"N / 8°57'0.79"E
08.11.2014 _ h 14.34
Via Cantonale 5 _ Swissminatour _ Melide _ Switzerland (CH)

“In questo parco ci sono i modelli in 1:25 dei principali monumenti svizzeri. Allora la guida ci mostrò orgogliosa uno degli ultimi arrivati: il Duomo di Milano. Cosa?”

"In this park there are models in 1:25 of the main monuments in Switzerland. Then the guide proudly showed us one of the latest arrivals: Duomo of Milan. What? "
La visita alla casa comunale fu abbastanza celera così come il pranzo al sacco per
ripartire dopo breve alla volta di Lugano. Da Bissone prendemmo un percorso pedonale non asfaltato per attraversare il lago (Ponte-diga di Melide). Anche in quest’occasione il mio udito mi riferì un paesaggio, presumo, del tutto diverso dei miei compagni. I suoni lacustri erano solo un sibilo a confronto dei toni piuttosto alti dei motori delle vetture. Il sentiero rettilineo terminò, entrando nel parco tematico della Swissminatour a Melide. Dopo un giro iniziale su un trenino, continuammo la visita attraverso i vari modelli dei monumenti svizzeri in scala 1:25. Non compresi nulla di quel luogo a parte la sensazione di completa confusione: per fortuna che Alessandra mi guidava attraverso quei meandri labirintici altrimenti, mi sarei perso.



X.
Patibolo /ˈɡaləʊz / 刑场 / 45°58'58.65"N / 8°57'23.15"E
08.11.2014 _ h 16.17
Capo San Martino _ Lugano - Paradiso _ Switzerland (CH)

“Riacquistai la vista per questioni di viabilità, per godendomi questo tramonto e per bere un caffè … poi qualcuno disse: lo sapevate che da qui si giustiziava. Gulp!”

"I regained the view to traffic issues, to enjoy this sunset and to drink a coffee... then someone said: did you know that from here was executed. Gulp! "
Oltrepassato l’utopico “confine” svizzero verso metà pomeriggio, ci dirigemmo verso
la stazione di Melide, dove il professore ci fece notare alcune icone di San Cristoforo, presenti ai bordi del Ponte-Diga: un segno buon augurale ai tempi in cui attraversare il lago avveniva solo con il battello. Per una seconda volta dovetti togliere gli oscuranti. Da Melide, il percorso per arrivare a piedi fino a Lugano è l’equivalente di camminare sospesi su di un filo: uno spazio di circa quaranta centimetri tra la strada cantonale sulla sinistra e la rete ferrovia alla mia destra. Rimango affascinato dai colori rosati delle montagne al calar del sole e il “Casinò bottiano” rimane per chilometri un riferimento costante. Finché raggiungiamo Capo San Martino per una sosta-caffè e si tornò a parlare, dopo quasi un’ora in fila.



XI.
Museo / mjuːˈzɪəm / 博物馆 /45°59'57.45"N / 8°56'57.12"E
08.11.2014 _ h 17.09
LAC Lugano Arte e Cultura _ Lugano _ Switzerland (CH)

“Il professore ci spiegava le caratteristiche di questo nuovo Centro Culturale della Città di Lugano e pensavo se un giorno fosse possibile visitarlo da non-vedenti?”

"The professor explained us the characteristics of this new Cultural Center of the City of Lugano and I thought if one day it can be visited by the blind?"
Terminata la degustazione caffeinica, riprendemmo l’esperienza psicogeografica
psicogeografica ormai sul territorio della città di Lugano. Decisi di rimettermi gli occhiali e continuare con la mia performance da cieco, per la gioia della mia accompagnatrice, la quale era abbastanza provata dal viaggio. Eravamo giunti in località Paradiso e il numero di persone che passeggiava accanto a me continuava ad aumentare. Il sole stava calando e cominciava a sentirsi quella freschezza delle serate autunnali. Il vociare e il ritmo dei passi delle persone mi fecero percepire che stavamo arrivando verso il centro di Lugano, ma non riuscivo a percepire a quale altezza del lungolago fossimo. Solo quando giungemmo nella piazza di fronte al nuovo Centro Culturale della Città di Lugano, il cosiddetto LAC, che riuscii a ricollocarmi geograficamente.



XII.
Piazza / pɪˈatsə / 广场 / 46° 0'13.48"N / 8°57'4.03"E
08.11.2014 _ h 17.15
Piazza Riforma _ Lugano _ Switzerland (CH)

“Alessandra mi disse che eravamo nella piazza davanti al Comune e le ricordai che qui nel 1798 i ticinesi ottennero l’indipendenza contro le armate di Napoleone.”

"Alessandra said that we were in the square in front of the town hall and I reminded her that here in 1798 the Ticinesi gained independence against Napoleon."
Dopo alcune osservazioni su questo nuovo intervento urbano (LAC), l’esperienza proseguì
all’interno delle strade pedonali luganesi. Per me fu un vero incubo: percepì una confusione di rumori tali che mi avvicinai ad Alessandra per aver un supporto nell’attraversamento di quella, che posso definire, una giungla urbana. Le voci delle persone che passeggiavano accanto a me e dei bambini mi mettevano il timore che da un momento all’altro li avrei certamente urtati. Fino a quel momento la voce di Alessandra, il suono del paesaggio lacuale e il rumore delle vetture erano i capisaldi del mio orientamento sonoro, ma in quel momento, invece, i viali pieni di persone, mi disorientavano. Conosco molto bene le vie di Lugano e mi accorsi, come la mia guida confermò, di essere arrivati in Piazza della Riforma o del Comune.



XIII.
Magazzini / ɛmˈpɔːrɪəm / 商场 / 46° 0'18.00"N / 8°57'2.98"E
08.11.2014 _ h 17.20
Piazza Dante Alighieri _ Lugano _ Switzerland (CH)

“Dopo pochi passi giungemmo in quest’altra piazza dedicata alla memoria del poeta italiano Dante Alighieri e qualcuno disse: ma no, è quella della Manor. ”

"After a short walk we came to this other “piazza” dedicated to the memory of the Italian poet Dante Alighieri and someone said: “But no, it is that of the Manor.”
Alessandra si soffermò qualche attimo a descrivermi quello spazio:
il palazzo comunale con lo stemma della Città di Lugano e i tre bar/ristoranti presenti di fronte ad esso. Da qui prendemmo la strada accanto alla pasticcieria storica Vanini in direzione di Piazza Dante. Il numero di persone aumentava costantemente, soprattutto con l’avvicinarsi del grande centro commerciale della Manor. In quel momento percepii il culmine di quella foresta di suoni. Essendo passato molte volte da quel punto della città, chiesi ad Alessandra se ciò che avevo in mente, di quel paesaggio, fosse vero: la chiesa di Sant’Antonio Abate alla mia destra, l’ingresso dei grandi magazzini alla mia sinistra e di fronte un negozio di vestiti e una pasticcieria. Da qui ci dirigemmo alla destra della piazza, verso la pensilina dei postali.



XIV.
Università / juːnɪˈvəːsɪti /大學 / 46° 0'38.09"N / 8°57'29.44"E
08.11.2014 _ h 17.40
Via Giuseppe Buffi 13 _ USI_ Lugano _ Switzerland (CH)

“Finalmente arrivammo alla nostra meta, la sede dell’Università della Svizzera Italiana e potei togliermi gli occhiali anche perché non ci vedevo piu’ dalla fame.”

"We finally arrived at our destination, the seat of the University of Italian Switzerland and I could take off my glasses because I couldn’t see more by hunger."
Non vedevo l’ora di arrivare a destinazione. La fatica cominciava a farsi sentire.
Mentre Alessandra mi guidava attraverso le strade di Lugano, cercavo di ripercorrere con la memoria visiva quei percorsi, cercando di focalizzarmi su alcuni edifici che avevo ben in mente: la pensilina degli autobus, l’edificio a mattoni dell’arch. Mario Botta con una pianta al suo culmine, i portici con le folate di calore dei riscaldamenti appena accesi fuori dalle porte scorrevoli, le facciate della banca del Gottardo che scandiscono la viale Stefano Franscini. A un certo punto arrivammo di fronte all’università. Arrivati! Missione compiuta. La soddisfazione fu molta e i ricordi del percorso, dopo mesi sono ancora vivi. Ringrazio tutti, ma in particolare Alessandra che mi ha supportato e sopportato in questa bella esperienza. Grazie.






In-between Spaces
/Laetitia Lietha/
In this representation of the walk from Capolago to Lugano, I focus on showing contradictory moments in the (urban) landscape. I want to turn the attention to places, which are attracting and in the same time repelling (probably depending on one’s view). I was looking for in-between places, which are, at the moment, not defined and thus allow individuals to fantasize about the future of the site. Therefore I was firstly seeking out for abandoned houses and unfinished building sites.
In a further step I was also intrigued by the strong presence of infrastructure on our itinerary. As the sensation was again captivating and repelling to me at the same moment, I decided to include these kind of in-between spaces as well in this essay.
Through photography and films (and also other medias) the wasteland (terrain vague) is often represented as a sublime place. The viewer is fascinated by its demolished or unfinished state. As the spectator has a certain distance - even the photographer already has it - the site becomes abstract and this might lead to a certain fascination for it. If one has a connection to the site, let’s say one used to be the owner of the abandoned house or one lives just next to the motorway; there is definitely no sublimity for him to see in a picture. So, the sensation of a space and the look at the representation of it completely differs depending on one’s past.
In this work I was interested in creating - in a playful way - an opposing feeling when looking at these sites. Trying to achieve these reactions, I wanted to play with stereotypes one has of the southern Canton of Switzerland. What happens, if these typical “elements of the south” are placed in untypical sites? What happens, if the sunbathing doesn’t take place next to the beautiful lake of Lugano? Does it change our perception of these “sublime” places and does it change our way to look at Ticino?
I tried to capture in the background the landscape of the specific location. It should give orientation where the pictures are taken along the way. Further it should emphasize the idea of contradiction; showing the stunning landscape and the in-between space at the same time. What is now sublime? Is it the abandoned house in the foreground or the beautiful landscape in the back?
The motorway opened in 1966.


Where there is not enough space, projection into a “sublime” is difficult.


Building of a villa was once under discussion, but only the garden was built.


Until now, it is uncertain what will be built on this site. To date it is not open to the public.


Francesco Borromini was born in Bissone in 1599. Passageway by the lakeside.


Since December 2011 Bissone has new noise barriers.








Tra Lago e Montagna
/Enrica Pastore/
La seguente narrazione inizia attraverso un’analisi pragmatica del territorio. Prima di intraprendere il percorso a piedi ed osservare il paesaggio “dal basso”, ho scelto di averne uno sguardo “dall’alto” attraverso immagini aeree; questo punto di vista permette di capire molto del luogo: offre la visione di insieme dei suoi elementi strutturanti. Nel momento in cui mi sono messa a camminare, ho riconosciuto ciò che avevo intorno: dallo spazio bidimensionale della vista aerea mi sono ritrovata immersa nello spazio tridimensionale del paesaggio. A partire dalle mappe alla grande scala ho cercato di sintetizzare il territorio ticinese al minimo; cioè estrapolarne gli elementi morfologici caratteristici che ne formano l’identità. Si distinguono quattro componenti suddivise in due gruppi: • elementi naturali : Lago Ceresio / pre-alpi • elementi artificiali : insediamenti / infrastrutture (autostrada e ferrovia)




La narrazione, dunque, propone di scoprire le relazioni tra i quattro elementi, la loro articolazione reciproca; si tratta di capire la composizione volumetrica del territorio dal punto di vista di colui che lo abita o lo percorre.
Mi è stato di aiuto leggere il paesaggio “disegnando” delle immaginarie linee di sezione. Se mi trovo ipoteticamente sulla linea cosa vedo alla mia destra e alla mia sinistra ? E’ stato questo il fil rouge dell’esperienza psicogeografica che mi ha guidato da Capolago a Lugano e che vorrei riproporre ai lettori della mia narrazione.
Ho individuato quattro punti di sezione differenti: a mio parere sintetizzano le possibilità di combinazione lungo il percorso dei due elementi naturali, lago e montagne che si alternano tra destra e sinistra.
  • • Capolago - Montagna / Montagna
  • • Melano e Maroggia - Lago / Montagna
  • • Ponte diga a Melide - Lago / Lago
  • • Lugano Paradiso - Montagna / Lago


Tra i due volumi, un grande pieno verticale per le montagne e un grande vuoto orizzontale per il lago, si snodano le infrastrutture e si articolano gli insediamenti. Tra prime non si può ignorare la presenza dell’autostrada: una linea che “taglia” il paesaggio talvolta in modo violento. Si ricordi l’importanza di questa via di comunicazione che rappresenta una delle identità più forti dell’intero Ticino; è un punto di passaggio tra Sud e Nord Europa, uno snodo per il trasporto merci e per la viabilità. Questo vale anche per la rete ferroviaria che corre a fianco. Gli insediamenti invece vedono Lugano come polo principale, città sede delle attività lavorative, dell’istruzione (l’Università della Svizzera Italiana), delle infrastrutture ecc…, mentre gli altri centri abitati non raggiungono grandi dimensioni. Tuttavia dal punto di vista storico-culturale si nota la presenza di alcune eccellenze come la Tipografia Elvetica a Capolago o Bissone, città natale di Francesco Borromini.
A seguire, vi sono per ciascuno dei quattro punti di sezione uno schema, le viste destra /sinistra e un’immagine panoramica del luogo.








In sintesi, ho camminato lungo il lago e sul lago, a lato e sopra i rilievi pre-alpini, sotto l’autostrada e di fianco alla ferrovia. Tutto questo mi ha insegnato tanto rispetto al territorio che avevo intorno: sia nella forma di una narrazione visiva lunga ben 15 km sia nella riflessione che ho svolto a posteriori. Sicuramente ha lasciato una traccia dentro di me.








Flussi sonori
/Marta Tonelli/
« Il nostro senso dell’udito, che finora è stato sottovalutato nella trasmissione e rappresentazione dei dati, può essere utilizzato per ampliare il repertorio rappresentazionale della cartografia. Il suono, in altre parole, ci fornisce ulteriori possibilità per la rappresentazione dei dati e dei fenomeni e più modi per esplorare e comprendere il complesso mondo fisico e umano in cui abitiamo. »
John Krygier, Making Maps with Sound


L’associare motivi musicali a percorsi geografici trova un precedente storico significativo nell’insieme di percorsi con cui le popolazioni australiane avevano creato una vera e propria mappatura del continente, detta le vie dei canti: ad ogni tratto percorso, caratterizzato da fiumi, pozzi, montagne veniva associato un canto, legato a un mito ambientato nel territorio. Le vie dei canti costituiscono quindi una rete di percorsi sonori simbolici che struttura e articola lo spazio.

Usualmente, le esperienze che viviamo nel camminare, ossia nel conoscere il mondo, vengono restituite, condivise, tramite documenti quali fotografie e mappe. Si estrapolano così alcuni elementi caratteristici dei luoghi visitati, che si crede lo rappresentino; molte volte essi riguardano la percezione meramente visiva delle cose.

Nel vivere (e nel restituire) l’esperienza psicogeografica ho scelto di trascurare gli elementi legati al senso della vista e dotarmi di un semplice registratore, in modo da poter memorizzare quanto udito, in una sorta di psicogeografia acusmatica (così era definita la pratica di ascolto degli allievi di Pitagora, tenuti a seguire la lezione da dietro la tenda in modo da non essere distratti da fattori visivi).
La dissociazione dei due sensi di vista e udito favorisce l’ascolto: i suoni ed i rumori costituiscono un apparato autonomo - potremmo chiamarlo la voce delle cose - che riporta totalmente la complessità di quanto ci circonda. Ovunque vi sia vita, c'è suono, ed il mondo è paragonabile ad una grande composizione musicale, di cui siamo, simultaneamente, attori e fruitori.

Il paesaggio sonoro è omnidirezionale e relativamente omogeneo: è il risultato di una serie di (micro)eventi sonori che dipendono da fenomeni vari e imprevisti. Dipende dal tempo: è legato ad un preciso momento, così come ad eventi che si ripetono a diverse cadenze, quotidiana, settimanale, stagionale, oppure in maniera imprevista, accidentale, repentina. Trascende il carattere pubblico o privato degli spazi, perché ne oltrepassa le barriere visive: ripartisce lo spazio diversamente, è sintomatico della vita, dell’identità di un luogo.

L’obiettivo è quello di ricomporre, tramite il montaggio delle tracce registrate, sulla scia di Luigi Russolo e Schaeffer, un brano che aiuti a ricostruire la storia del territorio percorso, raccontandone i flussi, sonori e non, che lo attraversano e ne segnano le peculiarità. A questo proposito occorre precisare che il montaggio non è stato eseguito riportando pedissequamente nell’ordine esatto i fenomeni acustici ascoltati, ma che essi sono stati manipolati ad hoc ai fini della narrazione: in ogni caso, nella realtà stessa fanno parte di una sinfonia che li rende un unicum indissolubile.
Il territorio si riempie di sovrapposizioni, acquista complessità (e contraddizioni), vive grazie e a discapito dei suoni, da cui non viene mai tradotto letteralmente, ma alterato, contemporaneamente svuotato e riempito. Quanto raccolto è stato esperito nel tempo, nel camminare: genera una grafia aleatoria ed intuitiva, fatta di percezioni, di pulsazioni, frammenti in cui si abbandona l’idea canonica di mappatura di un territorio e se ne crea una più liquida, più mutevole.

Si restituisce così una narrazione tridimensionale dell’esperienza psicogeografica, dove i suoni costituiscono molto più che il semplice informare - suono è tensione, pulsazione, esplosione, implosione, ritmo, esperienza totale nella quale si è coinvolti, immersi, assorbiti a tutti i livelli, cognitivo, affettivo e corporeo. Il suono crea, racconta, descrive e interpreta il luogo, lo spazio, il tempo, le situazioni, gli eventi e le emozioni.

Restituzione acustica e grafica del paesaggio sonoro, attraverso cui si racconta il passaggio dalla vita rurale alla realtà di cardine infrastrutturale del Mendrisiotto.








Il sentimento dell'acqua - Da lago a lago
Narrazione
Percorrenze
Merz - Monacelli - Rondini
Narrazione
Architetture dimenticate
Odazzi
Narrazione
Pietre
Körberg
Narrazione
Strati del tempo
Ruiz Velasco
Narrazione
Focus
Ben Ali - Crozzoletto
Narrazione
Superfici di incontro
Ermanni
Narrazione
Quattro passi nell'anima
Cabral
Narrazione
Architettura e territorio
Pasqualini
Narrazione
Corpuscoli viandanti
Biondillo
Percorrenze
/Valentina Merz - Lara Monacelli - Marina Rondini/
9 novembre 2013. C’è il sole, grazie al cielo. E’ un tipo strano questo professore di psicogeografia, ci vuole far camminare per 16 km dal lago di Lugano fino al lago di Como. Ci toccherà trovare una storia da raccontare. Che genere di storia e a chi raccontarla poi, questo boh!, non l’abbiamo mica capito. Per ora sappiamo che la sveglia è suonata troppo presto per essere sabato mattina e si prospetta una giornata strana.

Registratore e macchina fotografica alla mano, l’obiettivo è scovare qualche storia in questo territorio di frontiera, qualcosa che accomuni o allontani le due parti, qualche personaggio divertente, un artificio narrativo.

I personaggi di questa storia sono i passanti che hanno incrociato il nostro cammino; ognuno di loro, chi più, chi meno, ha dato il proprio contributo per ricostruire la storia di un territorio. Con due banalissime (o metafisiche?) domande (Da dove viene? Dove sta andando?), tramite la narrazione orale abbiamo cercato di ricostruire l’identità di un territorio che molto spesso la propria identità la dimentica.

Tre sono le storie che abbiamo individuato e intrecciato:
- una storia fatta solo di suoni, che ci raccontano di una realtà tradizionalmente rurale usurpata dall’infrastruttura;
- una storia architettonica narrata da voci d’architetti e non solo;
- e infine una storia di nodi di confluenze che coincidono con luoghi di mercato e relazioni di scambio.
Quest’ultimo punto in particolare ha attirato la nostra attenzione e abbiamo individuato tre nodi cruciali che in maniera radicalmente diversa fanno riferimento all’ambito del commercio: la fiera di San Martino di Mendrisio, il centro commerciale outlet FoxTown, le tratte dei contrabbandieri tra Italia e Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ogni voce è il dettaglio di una storia complessa, di un puzzle di racconti e vite che si intrecciano e vanno crando una memoria collettiva di questo territorio. Interferenze tutte da percorrere.


1. FIERA DI SAN MARTINO

I prati attorno alla piccola chiesetta di San Martino sono normalmente ben poco frequentati ed i rari corridori che vi passano per l’allenamento giornaliero sono accompagnati dal rumore della vicina autostrada.

La scelta casuale di organizzare la nostra passeggiata proprio nel fine settimana del 9 novembre ha permesso di coincidere con un evento annuale importante per la comunità di Mendrisio: la fiera di San Martino.

Arriviamo ancora freschi e felici della fortunata giornata di sole alla periferia nord di Mendrisio e con sorpresa ci inoltriamo tra una massa festosa di gente e numerose bancarelle che offrono vino, miele, formaggi, salumi, caldarroste, una grande varietà di dolci, caramelle, diversi tipi di abiti e oggetti decorativi fatti a mano. Nonostante l’acqualina in bocca non osiamo scaraventarci sul cibo e ripieghiamo sugli autoscontri. In mezzo a tutta questa sorprendente festosità, in questo idilliaco ritorno ad una realtà rurale dimenticata, quasi non ci si rende nemmeno conto della prensenza incombente dell’autostrada, coperta dalle giostre e da qualche bancarella di artigianato peruviano. Il tendone della Gioventù Rurale del Mendrisiotto copre la vista al vicino centro commerciale di Mendrisio e per un attimo, mentre passeggiando si osservano vitelli, capretti e agnelli, si può davvero pensare di essere tornati indietro nel tempo e che tutt’attorno ci siano solo campi e bambini che corrono nei prati. Chiaramente le cose non stanno così e basta poco per rendersene conto. Una camminata verso la stalla ci porta con violenza nella più concreta contemporaneità, mentre passeggiamo al lato di camion sfreccianti e di un gran numero di immondizie volontariamente censurate dal quadro rurale ed idilliaco che tanto ci aveva emozionato. Ci si chiede come sia possibile che la bella chiesetta tardoromanica sia riuscita a sopravvivere fino ad ora alla minacciosa prepotenza del sistema infrastrutturale e del dilagante e rovinoso distretto commerciale ed industriale di Mendrisio.

Entrare nella chiesa di San Martino è, nuovamente, un’esperienza sorprendente; ci si lascia alle spalle l’intorno sconcertante e si torna ad apprezzare il mistico silenzio, protetto da quelle mura secolari. Non esiste più il tempo, potrebbe essere oggi o quattrocento anni fa, noi potremmo essere allevatori venuti alla fiera per scambiare una mucca con tre capre ed entrati nella chiesa dopo aver concluso l’affare per accendere un cero di grazie al Santo. Il religioso silenzio annulla ogni coordinata temporale. Solo il fischiettio della suoneria di un i-phone di qualche sbadato visitatore è in grando di ritrascinarci all’oggi, 9 novembre 2013, e al qui, alla piana di San Martino minacciata da ogni più crudele forma di contemporaneità.


2. FOXTOWN

Dalla fiera di San Martino camminando in direzione di Mendrisio, entriamo in quella che è il limite nord della città, un area occupata da grandi edifici commerciali ed uffici. Il paesaggio fisico e sonoro cambia radicalmente. Dopo aver finalmente scoperto dove vengono gettate le carcasse animali del mendriense, abbandoniamo il ciglio della strada in direzione del Factory outlet store Foxtown. Il mercato si traduce qui nella sua forma. Agglomerato di negozi che importa in Europa una formula commerciale ideata negli Stati Uniti, il Foxtown è ormai diventato un simbolo della città di Mendrisio. E’ un punto nevralgico dell’intera zona e su di esso si focalizzano flussi economici giganteschi: solo uno dei 160 negozi presenti al suo interno arriva a fatturare in un solo giorno anche 150’000 CHF Il rapporto con la città di Mendrisio è ambiguo: nonostante sia un apparente fonte di considerevoli risorse economiche è posizionato ai limiti della città, accanto all’autostrada, e si relaziona prevalentemente con situazioni esterne a Mendrisio stessa. E’ una presenza controversa, associata spesso al riciclaggio di denaro in quest’aerea di confine. Questo grande centro commerciale di un piccolo paese riesce addirittura ad eludere la stessa legge federale svizzera, che vieta ai centri commerciali l’apertura domenicale. Su di esso confluiscono veri e propri flussi migratori giornalieri. Da un lato centinaia di frontalieri ogni giorno si recano qui a lavorare (il 90% del personale è infatti italiano), dall’altro esso diventa un grande spazio collettivo privato dove famiglie intere, giovani vecchi e bambini decidono di trascorrere il proprio weekend. Questo fenomeno può essere interpretato come una nuova forma di pellegrinaggio ( in molti casi adirittura rituale) che non si compie a piedi ma in macchina, verso il Dio-denaro che qui viene velocemente consumato. Fu l’architetto Victor Gruen il primo ad inventare la formula progettuale del centro commerciale negli Stati Uniti degli anni 50: una scatola chiusa che simulasse il mondo esterno al suo interno, eliminandone però le difficoltà ( metereologiche in primis). La varietà del reale viene riproposta in chiave consumistica, sviluppando nel consumatore una finta individualità data dall’apparente libertà di scelta. Anche l’architettura del Foxtown è il risultato di varie strategie commerciali, prima fra tutti la formula outlet. L’edificio ha un basso valore architettonico, è grande e dispersivo, posizionato in una zona priva di un disegno urbanistico e per questo caotica. Queste caratteristiche si scontrano con lo splendore delle vetrine interne. Ne nasce una contrapposizione che aumenta nel cliente la sensazione di “ fare un affare”: solo in un posto isolato e grigio si può trovare quello che altrove sarebbe economicamente inaccessibile, alla stessa (illusoria) qualità. All’interno del centro commerciale l’ambiente è intricato e complesso, l’architettura non è facilmente leggibile, il cliente si perde e perde parte della sua volontà, come se seguisse una “deriva” forzata dalla società dei consumi con cui molte persone occupano il loro tempo libero. Tempo da perdere che noi non abbiamo, essendo molto indietro con la tabella di marcia: entriamo, ci guardiamo attorno per un momento e proseguiamo la nostra passeggiata in direzione del centro di Mendrisio.

Masticando un panino con salamella ticinese (sì, alla fine ha avuto la meglio), ci allontaniamo un po’ a malincuore da quella festa di sapori, odori, colori, da qull’ironico angolo di passato schiacciato tra un presente prepotente.


3. VALICO DI ROGGIANA (CH/I)

Camminando in quota tra le colline del Mendrisiotto, il mio sguardo, stuzzicato per (de)formazione, più dal paesaggio artificiale, che da quello naturale (se ancora consideriamo alcune zone del Ticino come “natura naturale”), mi portava a osservare la confusione infrastrutturale e i mostri edilizi della vallata di Chiasso, più dei dolci pendii del Monte Generoso. Il confine da quassù, vicino a Roggiana/Maslianico, se non fosse per il macigno in cemento del valico autostradale di Brogeda, sarebbe difficile da intuire. Questa linea incerta a tratti invisibile, nell'ammonticchiarsi di palazzine e strade, si confonde e si compenetra senza apparenti differenze da una parte e dall'altra: casermoni di quindici piani, villette in collina, fabbriche, depositi mercantili, vecchi resti monchi d'infrastrutture. M'immagino allora di appoggiare sopra questo paesaggio svilito e schivato dal veloce flusso di persone e merce, sopra questi tetti sregolati grigi e rossi, la stessa “Running fence” californiana di Christo del '72, per ridonare grazia a questi luoghi, con un metafisica infilade di teli bianchi, tesi al vento alpino. Nonostante il nome iniziale dell'installazione fosse “Divide”, la barriera bianca in sé non era l'opera ma il territorio stesso, subendo una repentina divisione, una separazione visiva, riscopriva la sua peculiarità tramite il contrasto e la dialettica con la parte retrostante, spesso molto simile se non equivalente. Avanzando lentamente, mi accorgo di come la linea di confine, il limite che andavo cercando a valle appariva evidente alla mia sinistra e inclinata un po' la testa verso la montagna ci accorgiamo che i vigneti del (in Svizzera) famoso vino ticinese, s'interrompono d'improvviso, assediati da un bosco fitto, disegnando una linea che sale un centinaio di metri e che inizia proprio davanti a noi, alla frontiera pedonale di Roggiana. Una sbarra verde in metallo nascosta dalla caserma svizzera dei Carabinieri e protetta da un'edicola con una Madonna, qualche resto di “maglina” arruginita, la rete metallica posizionata dallo stato italiano nel dopoguerra, sono ciò che resta di uno dei valichi più carichi di storia tra la frontiera italo-svizzera dai primi del Novecento. Ad aspettarci oltre i vigneti c'è il gruppo degli Alpini di Maslianico che ci racconta di quando passare laggiù a valle era cosa per pochi, mentre la vera frontiera, si nascondeva su, sulle montagne, tra rovi e migliaia di scalini, nelle notti senza luna. Grazie al lavoro di questo gruppo d'amici alla ricerca di percorrenze dimenticate, scopriamo l'antica storia del contrabbando, vecchia fin dai Savoia, i nomi dei sentieri e degli “spalloni” più coraggiosi, delle fughe dai finazieri e dai fascisti e dello storico appoggio delle comunità locali sparito da quando si trasportano solo soldi o armi. Il nostro sguardo così si dimentica per un po' delle frontiere giù a valle, superate passivamente seduti in macchina, ma si sforza di seguire le bandierine rosse posizionate sul monte dagli Alpini, cercando di ritrovare i pecorsi di centinaia di Pedule silenziose, rapide e scaltre, perse in una frontiera labirintica e ancor più invisible di quella urbana.

/Riva San Vitale - Casa Durisch/



/Riva San Vitale - Battistero/



/Riva San Vitale - Laveggio/



/Riva San Vitale - Passi lungo il Laveggio/



/Riva San Vitale - da Arogno a Melano/



/Fiera di San Martino - Da Riva San Vitale/



/San Martino da Canobbio/



/Fiera di San Martino - organetto/



/Fiera di San Martino - da Novazzano/



/Fiera di San Martino - dalla fiera alla chiesa/



/Fiera di San Martino - Gianni Biondillo/



/Fiera di San Martino - stalla/



/Fiera di San Martino - Foxtown/



/Foxtown - Gianni Biondillo racconta/



/Foxtown - L'esperienza internazionale/



/Foxtown - L'esperienza internazionale 2/



/Foxtown - L'esperienza internazionale 3/



/Mendrisio - Camminando sul cavalcavia/



/Mendrisio - Piazzale alla Valle/



/Mendrisio - Il laveggio/



/Castel San Pietro - Mucche e macchine/



/Castel San Pietro - ponte sulle Gole della Breggia/



/Morbio Superiore - Pellegrinaggio alla chiesa/



/Morbio Superiore - Casa Cavalli/



/Cernobbio - Casa Cattaneo/



/Cernobbio - Lago/



/Battello - Gianni Biondillo/



/Passeggiando in frontiera/



/Spiando il confine/



/Frontiera in giardino/



/Del spallon con la bricola/



/Ninna Nanna/



/Passeggiate di contrabbando/



/I senté de la montagna/



/Con picon, badei e livera/



/Fin dai Savoia.../



/Mille e rotti gradini, di corsa e senza luna/



/Occhio al brigadier!/



/Officine di frontiera/



/El ciel che fa pagura/



Architetture dimenticate
/Emanuele Francesco Matthias Odazzi /
Durante l’attraversamento podoramico del nostro territorio, abbiamo potuto riconoscere diversi aspetti di quest’ultimo in maniera inusuale rispetto al modo in cui siamo abituati a “vederlo”.

Questo modo di osservare camminando, ci permette infatti di captare dettagli ed unicità di ogni genere, che oggi quotidianamente durante i nostri spostamenti con mezzi, non siamo soliti a “percepire”.

La volontà di raccontare delle “architetture dimenticate, con una grande importanza locale, nasce osservando il legame che quest’ultime hanno con la morfologia del luogo.

Questi edifici industriali infatti nascevano in luoghi nei quali vi era la presenza di caratteristiche prettamente legate alle necessità di produzione. Questo aspetto è qualcosa che oggigiorno è completamente superato e dimenticato.

Negli anni è stata quindi persa questa viscerale connessione riguardante il territorio e la produzione che avveniva in quest’ultimo; sono invece state mantenute le caratteristiche economiche derivate dalla frontiera.

Questa narrazione non vuol essere limitata soltanto all’aspetto più pragmatico di questi edifici, ma vuole essere da guida per la comprensione di quello che sta dietro ad essi.

Durante i video sarà infatti possibile capire il contrasto del mondo odierno e di quello passato; tutto questo, secondo il punto di vista di due professionisti locali.

Inizialmente si potrà sentire il pensiero dello storico Flavio Medici, secondariamente quello dell’imprenditore Angelo Carcano; entrambi hanno discusso con me riguardo diverse interessanti ed uniche caratteristiche della nostra regione.

/CONFINE ED ECONOMIA - La filanda di Mendrisio - intervista a Flavio Medici /



/CONFINE ED ECONOMIA - Le cartiere di Maslianico - intervista a Angelo Carcano/



/NUOVA VOCAZIONE - La filanda di Mendrisio - intervista a Flavio Medici /



/NUOVA VOCAZIONE - Le cartiere di Maslianico - intervista a Angelo Carcano /



/TERRITORIO E PRODUZIONE - La filanda di Mendrisio - intervista a Flavio Medici /



/TERRITORIO E PRODUZIONE - Le cartiere di Maslianico - intervista a Angelo Carcano /



/UNA NUOVA STORIA - La filanda di Mendrisio - intervista a Flavio Medici /



/UNA NUOVA STORIA - Le cartiere di Maslianico - intervista a Angelo Carcano /



/STORIA - La filanda di Mendrisio - intervista a Flavio Medici /



/STORIA - Le cartiere di Maslianico - intervista a Angelo Carcano /



/“Mendrisiotto sguardi e pensieri” – Associazione culturale popolare/
milan

/“Storia di Mendrisio” – M. Medici/
milan

/ “Maslianico storia” – A. Dominioni/
milan






Pietre
/Frida Körberg/
What could a simple element like a chair, bench or place to sit on tell about the context and path we were supposed to walk from Riva San Vitale to Lake Como in Italy? Through strict urban planning with roots from the modern movement, Americanized malls, picturesque swiss villages, city landscape, local farming market and beton brut were all different contexts but included on our walk. The 100 photographs I documented on places to sit on told me both stories about the people that lived along it but also a insight in modern urban planning.

/Pietre/



The walk

I decided before our dramatized walk from Riva San Vitale to Lake Como in true Situationist´s spirit not to know exactly what I was searching for. The only thing I already had decided before the field trip was which object I was going to document. Through simplifying my documentation into only photographing one single element I thought one could tell something about the space we where about to explore. (note 1) The object that I picked had both a close relationship to architecture but also to the earlier ”footpeople” (note 2) that once had walked parts of the path before us. The chair, the bench and overall places to sit on became my task for the field study. Starting of at Lake Lugano in Riva San Vitale, watching the sun climping down the valley of Monte San Giorgio we couldn´t sit on the actual public viewing benches because of the morning dew. The public square and public playground right next to the lake where obviously straight urban planning. The places to sit for children where from the same company as they had put in the square of Mendrisio. In Riva San Vitale we went from a public square, trough a private garden, a private backyard and then entered the old Baptist church. Even though we didn´t enter the church in the right time in night, the actual bath, or from the first direction, we still had walked on the original marble and stones who ”walking” people before us had done. The chairs in the church where of the type of standardized ”church chair” that I have seen in both Venice and Florence. Probably there were a ”church chair” company that had the same kind of contract with the municipality of Ticino as the play ground company probably also had. Passing through a elementary school built in 1972 and drawn of Aurelio Galfetti. We passed the concrete benches. In the same way the medieval church had informed us of the past in the same way these benches now became sacred relics from their time. The road between Riva San Vitale and Mendrisio were a flat scenery because of the valley and lined up with smaller industry´s of a stone company, farmers and other business’s.

The track we followed went parallel with a smaller river and were probably mostly used nowadays as a recreation- and jogging track. The places to sit on along the path testified of that people maybe rather didn´t. One could almost determine that the smaller companies along the road had moved them gradually closer to their own space so the public benches now had become almost entirely private. After the long promenade along the river we were suddenly clear awake when we arrived in the beginning of Mendrisio. The farmers market took namely place. And we ended up in the middle of a small amusement park, were a set of sellers sold everything from tractors, sausages, socks to candy floss. It was a typical market that maybe everyone has been to as a child with the usual mix of different smaller entrepreneurs. As we went further in, walking like slalom to be able to get trough the set of food trailers, the temporary outdoor dining and animals we were walking in a faster tempo then before. The places to sit on in the market place were either benches that were commercial, meaning that you rather have to buy something to eat or drink to be able to sit there. For the visitors the place you only could rest your feet in was the church otherwise the chairs were private. Belonging to the entrepreneurs. We left the market behind us in the same moment when we stepped out from the muddy field to the dry asphalt. The context change as aprupt as it had done right before the market place but with the difference that we now stood in front a completely other type of trading place. Foxtown. The heart of Ticino´s biggest outlet and Mendrisio´s biggest shopping malls. The small local entrepreneurs were replaced of the big companies like Mcdonalds, Coop and Nike. We went right in to the shopping mall and I tried to search through my lins after a place to sit on. But without result. Even in the caféterias they missed chairs. The tables were of the height that you were supposed to stand during drinking coffee. I actually couldn´t find a public programmed place to sit on before we got to ”Piazzale alla Valle” drawn of Mario Botta from 1999 which is the public square of Mendrisio. The playground here as I already have mentioned were the same as in Rival San Vitale´s waterfront. Start beginning of climbing the gradient uphill towards San Pietro we took the stairs of the last pieces of 20th´s century urban planning á Botta and with determined steps headed towards the vineyards of Corteglia and Ortelli Mauro. The sidewalks were gone and we had to walk maximum two in width since the road were thin. The sound of the urban society were replaced by cowbells. The places to sit on during this stage of our pilgrimage were mostly belonging to the private houses and villas. Here the churches once again became the most important public places for rest. Maybe not as important as they once were but yet significally since they also identified the difference between the villages we passed through and their past. When we after hours of walking and documenting finally started to move downhill towards our final goal the air was lukewarm and windstill and the light was softly pink. Well down in Cernobbio the light had reached sunset and the street lamps in the waterfront were turned on. We could from the pier see Como in the same glow as candles burning because of it´s amount of street lightning. When we got on the boat heading towards our final destination I imagine that this type of exhilaration people probably must have when they reaches Santiago de Compostela.

1 Inspired of a systematical mapping in frontal photography like Hilda and Bernt Becher who documented objects in typologies.
2 Samuel Beckett - Notebook Berlin

The chairs

The private chairs is mainly not to be seen. They are often hidden in peoples backyard with the purpose of viewing, eating, and recreation. If the architecture tells something about the context with it´s facade and typologies maybe the chair can tell one more about it´s contemporary time in a sense of which material are used, which producers of chairs are biggest at the time, how many people that are living there and how the people are using the space. The different typologies of the built environment we passed during the walk have a longer life span than mostly of the chairs and benches. I started to look at the buildings as the history of the space we passed while the places to sit on told the story of the present time and life. When looking at the function on where people sit you suddenly also can start to see things connected together with a simple starting point of the chairs in people´s backyards. Between Riva San Vitale we passed a house that had a bench of stone standing in their backyard. And a few kilometers ahead we suddenly passed a small business that produce different elements, headstones and benches in stone. I thought, could it be so that the women in the house worked in the industry and therefore had that bench i her backyard? Or did she walk with her dog along the river everyday and talked to the owner who had a good price on that local made stone benche? Either way I realize that through looking at one could think a simple element as a chair I actually started to connect and relate things to each other in a earlier unknown context for me. The private chairs can in a way can be seen as more contextualized then the standardized, industrialized and public ones but on the other hand the private chair also easier can be moved and loose it´s context to it´s let´s say local stone producer. But overall during the walk I realized that the public ones stands in contrast to the private chairs in that sense they have to be neutral according to the definition of a political planned public space. They also have to suit everyone and should represent the habitants of the city, town or village. Which in another sense not at all is correct since a society and all individuals are diverse. The public places to sit on which we passed told something about how the people in the society should behave and act in public places. For example in Riva San Vitale. Here you´re supposed to sit up straight, looking at the lake. While maybe your children sways on a colorful dog in the play ground. Imagine that this urban planned space instead were involved and created by the people that lived in Riva San Vitale. Maybe they would like to be able to climp in a treehouse or be laying while enjoying the view. Or maybe the stone producer a few kilometers away would have make a more contextualized urban spaces for people to sit- or play on comparing to the existing.







Strati del tempo
/Miguel Ruiz Velasco/
In tutti i casi si identifica una situazione di partenza, la natura al suo stato puro, seguita dalle azione umane di sottrazione o addizione che si accumulano creando così una successione cronologica. Ogni azione umana o evento naturale ha lasciato una traccia che si sovrappone alla situazione preesistente. Questo permette un’analisi per ricostruire la storia degli strati, forma, concatenamento, divisione e successione.

Ogni strato parla di una dimensione o tema differente. L’identificazione del contesto di ognuno di questi strati permette di trarre conclusioni sul sito, di capire il suo passato studiando il presente, e infine di prevederne il futuro.

Ogni tanto, tra le varie successioni, ci sono degli strati che creano un cambiamento o un evento con una forza tale da rimanere impressa nella memoria, un vero significato dal punto di vista emotivo e intellettuale, che rimane incancellabile. Indipendentemente dai bisogni economici, sociali o culturali, la capacità di richiamo di un luogo è più forte e sovrastante di qualsiasi altra forza. Questo avviene perché la durata di un evento, che genera ricordo, può essere dilatata nella memoria. Ciò rappresenta l’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere nella soggettiva percezione umana assume una velocità e una connotazione diversa, interna, che segue solo la logica dello stato d’animo e del ricordo. Gli strati fisici si distinguono chiaramente, ma la dimensione del tempo e della memoria no, il prima e il dopo si contaminano mutuamente, cosi certi strati si evidenziano per la loro valenza nella memoria collettiva umana.

I seguenti video raccontano i diversi aspetti in un territorio, attraverso le sue stratigrafie. Sono divisi in 5 momenti chiave principali: il primo video: “Paesaggio lacustre”, rappresenta la natura l’imponente panorama di questa zona geografica. Il secondo, “La fiera di San Martino”, descrive come le tradizioni popolari sopravvivono all’avvenimento della modernità, nonostante le pressioni politiche ed economiche. “Il ponte di Castello”, il terzo video, esprime un aspetto tragico della società attuale, risolto con un progetto di architettura, ma mai dimenticato. Il quarto video, intitolato “La terra di confine”, racconta la realtà di un territorio che condivide la stessa lingua, geografia, cultura, ecc., ma che, essendo diviso politicamente, crea aspetti positivi e negativi. Infine, “Casa d’affitto”, consiste in un capolavoro architettonico del periodo razionalista italiano, edificio progettato dall’architetto Cesare Cattaneo, il quale nonostante la sua brevissima vita, riuscì a progettare degli edifici esemplari. Di tutti gli strati presenti, in ogni video viene evidenziato quello con la maggiore valenza, e viene descritto attraverso una sua temporalità.

Così, nel percorrere un territorio e realizzare un’esperienza psicogeografica nel presente, si trovano dei momenti particolari, legati a luoghi con una sua storia nel passato, che vengono appresi dalla memoria per via sensoriale e razionale, trasformandosi in piccole lezioni di vita, gioielli da portare in futuro come ricordi. I momenti selezionati e presentati hanno un valore emozionale e intellettuale; essi ci invitano a riflettere sulla nostra identità.


/Paesaggio lacustre /



/Fiera di San Martino /



/Ponte di castello /



/La terra di confine /



/Cesare Cattaneo /










Focus
/Yasmine Ben Ali - Giovanni Crozzoletto/
Spesso, quando camminiamo, la nostra mente corre al punto finale del percorso, il fine ultimo per il quale intraprendiamo, sovente, un qualsivoglia tragitto a piedi.

Il gesto del camminare come azione fine a se stessa, con o senza una meta finita, perde cosi’ parte della sua ricchezza, che può consistere nel soffermarsi su ciò che l'occhio incontra lungo il percorso. L’azione si riduce ad un “vedere” senza “guardare”: i nostri occhi percepiscono lo spazio attraversato, ma esso non si sedimenta nella nostra memoria, dal momento che l’incontro rimane epidermico.

Il nostro contributo tenta di capovolgere le priorità: ad acquisire importanza è l’atto del guardare. Come l’etimologia del verbo suggerisce, -dal longobardo wardon “stare in guardia”- l’atto del guardare non implica solo la percezione, ma anche una reazione di consapevolezza da parte dell’osservatore, la capacità di trasformare ciò che si è visto in qualcosa d’altro. Il tipo di sguardo che vorremmo riattivare non coinvolge la sola visione periferica, ma tenta di trovare una strada fino alla mente. E forse, al cuore.
L'esperienza del camminare può trasformare ognuno di noi in un artista: osservare il paesaggio con una consapevolezza diversa stimola l'immaginazione, apre la mente, attiva il processo creativo.

Partendo, quasi per gioco, chiedendoci come il mondo ordinario potesse essere vissuto attraverso gli occhi e l'altezza di una creatura ad esso estranea - un nano da giardino - , abbiamo scoperto come alcuni dettagli del percorso effettuato, se osservati ad una distanza ravvicinata, abbandonino quella dimensione scontata e banale al quale uno sguardo distratto li condanna. Un oggetto, una texture, un segno nel paesaggio possono trasfigurare in altri oggetti, a volte correlati e a volte totalmente indipendenti dal loro aspetto ordinario.

Nel tentativo di capire cosa l'occhio stia realmente osservando, la mente si dischiude: così facendo sembra risvegliarsi anche la consapevolezza di ciò che, passo dopo passo, si incontra.

Il fine ultimo del nostro lavoro è stato quindi tentare di riattivare uno stato di consapevolezza, il desiderio di interrogare e lasciarsi interrogare dal paesaggio incontrato; stimolare, in forma artistica, un messaggio all'artista che c'è in tutti noi.


09 11 2013 11.04

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Superfici di incontro
/Laura Ermanni/
Il mio viaggio è raccontato attraverso superfici e materiali che, posti sotto ai nostri piedi, ci permettono di percorrere, vivere e scoprire lo spazio.

Diverse forme, diversi materiali, diverse composizioni, che racconteranno di paesaggi diversi, sensazioni diverse.
I luoghi scelti sono le superfici di incontro: spazi pubblici, piazze, strade,… luoghi di manifestazioni dove il singolo diventa massa. La singola persona diventa massa, così come il singolo ciottolo diventa una massa di ciottoli disposti a terra, che compongono uno spazio: una superficie di incontro.



È proprio all’inizio del viaggio che ho trovato la prima superficie di incontro, un piccolo spazio chiuso, dove all’interno tutte le sue forme e composizioni di volumi richiamano alla mente il tema della centralità, tutto converge al centro per una ragione ben precisa, questo piccolo luogo dal grande valore spirituale è il battistero di S. Giovanni, a Riva San Vitale.
Anche se in parte sostituito, quello che a prima vista attira l’occhio del visitatore in questo spazio è la pavimentazione, sarà per il suo contrasto di colori, per il suo preciso disegno, o altro?
Il suo pavimento racconta di forme studiate, disegnate, e sagomate in modo da formare una composizione ben delineata, con un materiale prezioso, lucido, che conferisce al piccolo spazio un particolare valore artistico.
Guardando verso l’alto, una sensazione quasi di contrasto, tra le alte mura maestose e imponenti, e le piccole tessere che compongono il mosaico a terra, che fanno piuttosto pensare ad un luogo più contenuto.
Uscendo, un cortile, di nuovo centrale, che porterà alla seconda superficie.

Mendrisio: piazzale alla valle, una piazza chiusa sui lati da imponenti volumi. Un’altra pavimentazione, altri materiali, altri disegni. Linee principali tracciano una sorta di percorso e formano grandi quadrati, danno un ritmo a tutta la piazza, a cadenze precise e misurate ogni quadrato si interrompe per lasciare spazio alle grandi lastre delle linee guida.
Camminando percepisco la dimensione dello spazio, percorrendo su una linea tutta la lunghezza del quadrato ne percepisco la dimensione spaziale. Ecco dunque che queste pavimentazioni non sono solo decorazioni o composizioni geometriche, ma strumenti di misura dello spazio.

Dopo parecchi altri passi mi trovo in una piccola via nell’antico nucleo di Vacallo, strade strette, un percorso preciso coperto da un materiale unico, che sagomato e composto in forme diverse evoca sensazioni differenti. Qui si capisce come la semplicità può alle volte essere la via più efficace per creare situazioni diverse: un materiale unico, composto e tagliato in molteplici modi, per creare sempre nuove esperienze.
Percorro le strette vie del nucleo, attorniate da vecchi edifici che delineano il filo della strada, ancora una volta ecco come in questi luoghi non c’è posto per il terzo paesaggio, tutto è studiato, delimitato, ottimizzato, niente è lasciato al caso, niente spazi residui.
Dalla stretta via la pavimentazione di colpo cambia, ora è composta da grandi cerchi che culminano in un punto centrale, il centro di una piccola piazza di forma apparentemente rotonda, nella quale convergono altre due piccole vie. La sensazione di essere al centro per un attimo, per poi ripercorrere altre piccole vie.

Passato il confine la prossima superficie è la piazza Risorgimento, sul porto di Cernobbio, ritroviamo una superficie sulla quale abbiamo già camminato, il materiale per eccellenza dello spazio pubblico: il selciato a piccoli blocchi.
La superficie della piazza è ricoperta per tutta la sua lunghezza da enormi strisce di materiali diversi: ghiaia, ciottoli, selciato, ciottoli e ancora ghiaia. Questa simmetria mi fa capire che lo spazio da percorrere è quello centrale, in effetti, molto più ampio rispetto agli altri.
Questo spazio ha la forma di una appendice, che si affaccia sul lago, e lì finisce in una piccola tettoia, il porto, dal quale inizia il collegamento via lago tra Cernobbio e la vicina città: Como.

Dal porto si vede un ampio spazio libero da qualsiasi tipo di edificio: la piazza Cavour, un grande spazio vuoto, una classica piazza di città. Un pavimento semplice ricopre tutta la superficie, alcune zona verdi, ben delimitate, il resto richiama ad un percorso libero, non ci sono più piccole tessere di mosaico, dai colori sgargianti a ricoprire la superficie, ma grandi lastre, che lasciano allo spazio una libertà di movimento.
La differenza di questo luogo sta proprio nel fatto che in questa piazza non c’è alcun tipo di percorso da seguire, ma una pavimentazione uniforme, estesa per metri e metri quadrati, che lascia fluire nello spazio chi lo percorre.

Da un piccolo spazio chiuso ad uno più ampio ed aperto, da una pavimentazione rigorosa e disegnata ad una quasi priva di identità. Ma il disegno a chi serve? La composizione alle volte è quasi impercettibile. Solo guardando dall’alto si possono comprendere questi disegni studiati, dal basso la percezione cambia, a dipendenza da come questi spazi vengono guardati, percorsi, vissuti.
Posso capirne la dimensione percorrendola attraverso il ritmo dei miei passi, cambiando direzione come la composizione mi suggerisce, ma non potrò mai avere una visione globale se non dall’alto.

Forse è proprio questo il valore che hanno queste composizioni: non si potranno quasi mai vedere in modo totale, ma solo a piccoli pezzi: percorrendole camminando.


/battistero di S. Giovanni - Riva San Vitale/


/piazzale alla valle - Mendrisio/


/vicolo dei Lironi - Vacallo/


/piazza Risorgimento - Cernobbio/


/piazza Cavour - Como/








Quattro passi nell'anima
/Tomás Cabral/
Guy Debord definisce la psicogeografia come "The study of the precise laws and specific effects of the geographical environment, consciously organized or not, on the emotions and behavior of individuals.”
Lo studio rappresenta visualmente e acusticamente una personale interpretazione di una passeggiata notturna tra Riva San Vitale e Cernobbio. Il percorso é descritto attraverso brevi filmati che, ritraendo dei dettagli specifici del paesaggio ticinese, comunicano con mirate prospettive una forte carica emotiva all’osservatore.
La scenografia notturna catturata approfondisce il significato della strada come elemento che nello stesso tempo interrompe il paesaggio sentimentale e crea una dipendenza funzionale. Senza la strada infatti questo percorso, inteso come percorso umanizzato, non potrebbe esistere; questa si pone dunque come interruzione della naturale configurazione del paesaggio. La notte, con la sua oscuritá, enfatizza l’unicitá della via.


/Quattro passi nell'anima /



/Quattro passi nell'anima - 0m 38s /



/Quattro passi nell'anima - 1m 15s /



/Quattro passi nell'anima - 2m 54s /



/Quattro passi nell'anima - 5m 34s /



/Quattro passi nell'anima - 9m 03s /



/Quattro passi nell'anima - 10m 02s /



/Quattro passi nell'anima - 11m 22s /



/Quattro passi nell'anima - 14m 20s /



/Quattro passi nell'anima - 16m 31s /



/Quattro passi nell'anima - 18m 26s /










Architettura e territorio
/Gaia Pasqualini/
L’esperienza psicogeografica che desidero narrare, è quella vissuta attraverso tre edifici che abbiamo avuto l’opportunità di visitare lungo il nostro percorso.
Tre edifici diversi tra loro per architettura, posizione, ma soprattutto per il loro rapporto con il territorio circostante.
I luoghi da me scelti sono degli spazi privati, nonostante ciò però hanno la caratteristica comune di essere estremamente conosciuti, e di conseguenza assumono un aspetto pubblico che non appartiene alla loro originaria funzione, diventando poli attrattivi per chi, come noi che abbiamo fatto questo viaggio, porta con sé il desiderio di visitare e conoscere queste tre architetture.

Il primo edificio in cui ci siamo fermati, ed il primo che desidero porre alla vostra attenzione, è la casa Durisch a Riva San Vitale, dell’architetto Giancarlo Durisch.
Riva San Vitale, e di conseguenza l’abitazione Durisch, si trova a valle del Monte San Giorgio e si apre sul lago di Lugano. Dal lago, salendo verso la collina, troviamo il nucleo della cittadina, mentre restando sulla pianura incontriamo solo poche, singole abitazioni, tra cui la casa di cui intendo parlare. Si tratta di un edificio a sé stante, non solo per il luogo in cui è sorto, circondato dal verde, ma anche per la particolare architettura estremamente introspettiva.
Ha un rapporto con il territorio particolare, poiché la sua introspezione pare rendere quest’architettura indipendente da ciò che la circonda, mentre invece prestando maggiore attenzione si può percepire quanto questa sia integrata al contesto naturale che la circonda. È infatti parte integrante del territorio, con prati, vigne ed arbusti tutt’attorno, e rampicanti che la inglobano al terreno come se volessero che entrasse ancor più in esso.
Nel mantenimento dell’edificio non è contemplata la “pulizia” da questo fogliame, poiché entra a far parte dell’edificio stesso.
In rapporto al territorio, oltre alla natura così prepotentemente presente, troviamo anche degli assi ben precisi, poiché l’edificio è orientato nord-sud, conferendo ad una pianta così estranea al contesto in cui si trova, un carattere più organizzato e preciso.

Attraversiamo la natura e successivamente l’architettura, e poi ancora paesaggi verdi architettonicamente definiti e architetture d’asfalto naturalmente disordinate.
Siamo saliti di quota, il panorama è cambiato, abbiamo una maestosa valle che accompagna il nostro cammino sul lato destro ed un’immensa coltre di alberi sul lato sinistro che cresce in direzione del cielo.

Sono tanti i passi necessari per raggiungere il secondo luogo che abbiamo visitato. Si tratta della casa Corinna a Morbio Superiore, dell’architetto Giuseppe Brivio. Ancora prima di entrare all’interno dell’edificio si può percepire quanto questo domini la valle ai suoi piedi. Appare come un masso rotolato dalla collina alle sue spalle, e fermatosi nella zona da lui desiderata, ponendosi quale re del luogo.
Entrando nell’edificio non si ha che la conferma della prima impressione, scoprendo un edificio massiccio, ma con pareti in cui questo spessore viene interrotto con delle finestre in maniera tale da rendere nota la palese dominanza sul paesaggio anche dall’interno.
Il rapporto con il territorio è enfatizzato in un punto ben preciso di tale architettura: uno spigolo in cui è posta una finestra le cui tapparelle si aprono in maniera tale da non schermare la vista dello spettatore sul panorama.
Tale taglio nell’unione di due pareti fa percepire l’edificio come immerso nella natura, conferendogli ancor più il titolo di “re del luogo”.

È estremamente diversa questa situazione rispetto alla prima. Casa Durisch è introversa, avvolta dalla natura che ha carattere preponderante, ora invece ci troviamo in un luogo dove la natura è estremamente più vasta, ma è l’architettura che regna sul luogo.

Torniamo sul cammino, varchiamo il confine che separa la Svizzera dall’Italia, ed iniziamo la nostra discesa verso Cernobbio. Decine, centinaia, migliaia di passi per giungere all’ultimo edificio che abbiamo visitato: casa Cattaneo a Cernobbio.
Torniamo nei pressi dell’acqua, stavolta si tratta del lago di Como.
Ci si potrebbe aspettare un rapporto con il territorio simile al primo caso, mentre invece quei chilometri che allontanano quest’ultimo edificio dai due precedenti differenziano anche molto le loro caratteristiche architettoniche. Incontriamo una più fitta urbanizzazione, un edificio dopo l’altro ci guidano verso il punto che desideriamo raggiungere. Pochissime aree verdi, una prevalenza di asfalto con scarsa presenza di alberi.

Casa Cattaneo si distingue immediatamente dalle altre che la circondano grazie ad un’architettura audace. È parte integrante del territorio. Un territorio di cemento, composto da strade, marciapiedi e facciate di edifici.
Il suo fronte principale però si apre verso il lago, che assume enorme importanza quale unico luogo naturale in rapporto con tutto ciò che, come precedentemente visto, appare costruito.

Si tratta di tre abitazioni che prevedono lo stesso uso, che presentano quindi molteplici caratteristiche comuni, ma il quale rapporto con il territorio cambia profondamente, seppur a pochi chilometri di distanza l’una dall’altra.
Tre edifici, tre luoghi, tre rapporti con il territorio differenti.

/Casa Durisch/


/Casa Corinna/


/Casa Cattaneo/









Corpuscoli viandanti
/Biondillo/
Proprio come ci insegna la meccanica quantistica, nella celeberrima interpretazione di Copenaghen, lo sguardo cambia il reale. Un gruppo di viandanti, una mattina d’autunno, ha osservato e allo stesso tempo - in una vertiginosa mise en abyme - si è osservato, diventando parte del paesaggio viaggiante. Analogamente al paradosso del gatto di Schrödinger, i viandanti ora non ci sono più eppure ci sono ancora. Nelle loro fotografie.

Destino dell’esperienza estetica, per dirla con John Ruskin, che nelle Pietre di Venezia scriveva: "Quel che l'arte deve fare per noi è di fermare ciò che è fuggente, di illuminare ciò che è incomprensibile, di dare forma alle cose impalpabili e di eternare le cose che non durano."




































Risalire il fiume - Parco Laveggio
scarica l'articolo completo da Lab.TI-USI Atlante Città Ticino .4 Comprensorio Triangolo Insubrico
Narrazione
Dalla foce
Biondillo - Lab.TI-Laboratorio Ticino
Narrazione
Tra Riva e Mendrisio
Biondillo - Lab.TI-Laboratorio Ticino
Narrazione
Alle sorgenti
Biondillo - Lab.TI-Laboratorio Ticino
Risalire il fiume - Dalla foce
8.05.2013
Gianni Biondillo in collaborazione con Lab.TI - Laboratorio Ticino, diretto dal prof. arch. Michele Arnaboldi presso l'Accademia di architettura di Mendrisio.
“Risalire quel fiume era come compiere un viaggio indietro nel tempo, ai primordi del mondo.”
Joseph Conrad, Cuore di tenebra

Dal confine al lago ci ho messo diciotto minuti in treno. Neppure il tempo di capire d’essere entrato in Svizzera che già devo scendere. Alla stazione di Capolago mi aspetta un piccolo e agguerrito gruppo di studiosi, architetti, fotografi. Oggi risaliamo il Laveggio, dalla foce alla fonte, proprio come facevano gli esploratori nei secoli passati. D’altronde i fiumi, ci hanno sempre insegnato i geografi, occorre risalirli. Nessuno sa dove nascono finché non ne trovi la sorgente. È meno ovvio di quel che sembra. Oggi, mappe alla mano, abbiamo uno sguardo sovrumano sul territorio. Leggiamo tutto da una vista zenitale, con un colpo d’occhio copriamo aree enormi, quasi divini. Ma siamo uomini. Dobbiamo ritrovare il rapporto col paesaggio usando il più antico mezzo di locomozione. Gambe e polmoni, e nient’altro.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


L’estuario del Laveggio è irreggimentato, anche il letto è rivestito di ciottoli, quello che vedo è a tutti gli effetti un canale artificiale. La cosa più lontana dall’idea di “naturale” che un fiume dovrebbe suggerire. Eppure da qui, guardando oltre il Ceresio, verso il profilo frastagliato delle montagne di fronte, tutto appare come un panorama pacificato, da cartolina.
“Si sta bene” mi dice Andrea, studente di architettura in stage all’Accademia. “Spesso nella pausa pranzo ci mettiamo qui a goderci il panorama”.
Il paesaggio non è fuori di noi, è nell’occhio di chi guarda. Non c’è fotografo che non possa confermarmelo, la realtà non è oggettiva. Decidere dove mettere l’obbiettivo, orientati più di quanto vogliamo credere dai nostri pregiudizi culturali, restituisce un’idea parziale del mondo. Ma non solo, l’occhio fa di più: esclude deliberatamente ciò che non vuole vedere, anche se all’interno dello stesso sguardo: lo esclude per incapacità di comprenderlo.
Alla mia sinistra s’erge il monte San Giorgio. Non un posto qualsiasi, ma una perla del paesaggio ticinese, patrimonio dell’Unesco. Non ci sono mai stato, mi sembra quasi stupido perdere l’occasione. Ma in fondo sarebbe persino scontato. Percorrere sentieri pacificati, consolidati, alla ricerca di una garanzia su ciò che è la “svizzerità” è, facendo una similitudine, come volere leggere un giallo che ti assicuri il lieto fine. L’ordine, insomma, per quanto messo in dubbio durante la lettura, viene ripristinato. Il bene vince sempre sul male. Ma io sono un pessimo lettore di gialli, preferisco i noir, dove nulla è mai davvero consolatorio.
L’orografia, nella definizione del territorio, non ostante tutto è ancora un vincolo forte per la modernità. Superata una certa quota il paesaggio boschivo, agricolo, preindustriale, sopravvive nei suoi segni storicizzati. È a valle che l’economia del Novecento ha trasformato tutto, usando la pianura come un palinsesto da scrivere e riscrivere fino all’eccesso, fino a conseguenze irreversibili, fino a sdrucirlo, a strapparne lembi, a depauperarlo. È qui che tutto si fa più contraddittorio e perciò stimolante per me, psicogeografo (e “noirista”) d’elezione.
Ma come dicevo questa non è una vera deriva psicogeografica. Non cammineremo a caso, senza una meta. Risaliremo il fiume, come antichi esploratori catapultati nella modernità. Altri sarebbero i segni forti, a voler essere capziosi, da risalire: le infrastrutture antropiche, la ferrovia, l’autostrada. Ma quelli sono appunto percorsi da viaggiatori veloci, provvisti di mezzi meccanici di locomozione. L’esploratore ragiona su tempi diversi. Risaliamo il Laveggio, quello che resta dell’atavico segno che definiva la valle, per comprenderne quanto sia stato manipolato, o forse per capire se è ancora un tracciato che ha un significato, un segno sensibile del territorio. E questo si può capire solo a piedi. I fiumi questo sono. L’acqua ha una logica ferrea, tetragona. Basta una lieve variazione altimetrica, anche impercettibile e lei si muove. “L’acqua non ha le corna” mi disse, da studente, un ingegnere idraulico. Non tradisce. Fa la strada che deve fare. Risalire un torrente dovrebbe essere perciò il percorso più logico per comprendere un fondo valle. Eppure il solo fatto che diamo le spalle al nord, che, ci muoviamo col sole in faccia, verso il confine italiano sembra, di suo, illogico. Essere cresciuti in Pianura Padana ti dà, di default, informazioni scontate, che all’apaprenza non possono essere messe in dubbio. I fiumi, tortuosi finché vuoi, scorrono verso il mare. E da questa latitudine il mare sta a sud. Il bacino idrografico di riferimento è quello del Po, non si scappa. Mentre costeggiamo il Laveggio ci penso, incredulo: scorre dalla parte sbagliata. Risale, a nord, come non avesse alcuna voglia di conoscere l’Italia, più che capriccioso, ostinato.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


C’è un altro torrente che nasce non molto lontano da qui. Si chiama, a seconda della toponomastica svizzera o italiana, Gaggiolo, o Lanza. Nasce nel mendrisiotto, scorre nel varesotto, entra e esce di continuo dai confini (e spesso diventa esso stesso confine), ma poi, come ovvio che sia, si lascia andare nell’Olona. Verso sud. Con il Laveggio non c’è storia. Questo, al di là della sua portata e della sua qualità naturalistica, lo fa, per come la vedo, il più autentico testimone del territorio, un torrente simbolo di questa parte di Svizzera. Che è a sud di un cantone a sud a sua volta di una nazione. Siamo sempre meridionali a qualcuno, questo l’ho sempre saputo. Ma in questo caso siamo quasi in una limitazione analoga a quella di un’isola. Tre quarti del territorio è circondato da un confine che in certi casi sembra inesistente, ma in altri è più ostinato del muro di Berlino, e a nord trova il lago steso in orizzontale, come ultima barriera. Probabilmente fino alla costruzione della ferrovia, questo territorio, chiuso da tutti i lati, aveva vissuto una condizione di isolamento autentico, confinato fra pregiudizi culturali che venivano indifferentemente da sud come da nord.
Spalle al lago ho Riva San Vitale sulla destra e Capolago sulla sinistra. Un vecchio tracciato orizzontale, ora nastro asfaltato, le tiene assieme. Strada facendo mi accorgo che il Laveggio non scorre mai dentro un nucleo abitativo consolidato. I centri storici dei borghi sono o di qua o di là dal fondo valle, fronteggianti. Ha senso, ovvio. I vitigni sui declivi delle colline me lo dicono. Qui era più comodo coltivare la terra in favore dell’asse eliotermico. A valle, mi dicono, il Laveggio era tortuoso, ricco di meandri e acque stagnanti. Paludi insane, insomma. Meglio stare qualche metro più su, più salubri, lontano dalle zanzare. Ché qui si faceva la fame, cosa che si vuole dimenticare come un’onta, una vergogna. Solo meno di un secolo fa, nel 1925 s’è messa mano alla bonifica del fondo valle. Per costruire la ferrovia della Valmorea, incanalando il Laveggio, prosciugando i terreni e predisponendoli ad una agricoltura più intensiva. Quindi il paesaggio agricolo che a sua volta è stato modificato in modo irreversibile dall’arrivo delle successive infrastrutture, non era lì da sempre, era già una rappresentazione della modernità. E che comunque ha retto per decenni, prima che la tracimante ondata di villette, case isolate, capannoni, fabbriche, depositi, invadesse, smembrandolo, il paesaggio agricolo, ben più invasivamente dei segni infrastrutturali che, per quanto indifferenti alla scala minuta, quella di chi ora sta camminandoci sotto, come noi, ha quanto meno dalla sua una qualità progettuale non indifferente.
Questa la contraddizione: aver usato la valle per la costruzione della seconda e più invasiva infrastruttura – l’autostrada - proprio come aveva fatto il Laveggio con l’acqua. Cercando il percorso più comodo dove spostare le merci e le persone. Ma ad una scala che si disinteressa agli abitanti del luogo. E perciò provando a risarcirli, nei disegni attenti di Rino Tami, con manufatti curati fin nei minimi particolari, come a cercare una lingua architettonica alta, nobile. Non ostante ciò l’autostrada continua ad apparire come una violenza indigesta, per quanto il polverizzato mondo di un incasato incoerente e di bassa qualità sia molto più pervasivo. A furia di scendere dal pendio, le nuove edificazioni hanno raggiunto il Laveggio che, dipende da punto di vista, sta al baricentro di un unico nucleo urbano – perché ormai questo è diventato – senza esserne il “centro”. È come, insomma, aver messo la “periferia” (tutto questo virgolettare è d’obbligo, dato l’utilizzo improprio dei concetti) al “centro” della nuova città diffusa, che s’è andata creandosi contro la sua stessa volontà. Mancando, cioè, di una autentica pianificazione territoriale.







Risalire il fiume - Tra Riva e Mendrisio
8.05.2013
Gianni Biondillo in collaborazione con Lab.TI - Laboratorio Ticino, diretto dal prof. arch. Michele Arnaboldi presso l'Accademia di architettura di Mendrisio.
Non vorrei generare confusione: non mancano edifici di qualità, proprio come mi aspetto da questa terra. (Da studente d’architettura, quando un progetto aveva rigore e composizione, ci dicevamo “è molto svizzero”, dando sostanza positiva all’aggettivo). Evitata la strada, passando per i campi che delimitano la riva sinistra, noto subito un edificio in cemento armato a vista che è caratterizzato da una serrata ripetizione ritmica di pilastri intervallata da aperture in vetro colorato (di rosso, giallo, verde). Mi avvicino, curioso. Il getto è fatto con estrema cura (molto “svizzero”). L’edificio, non ostante una certa ridondanza, ha il suo fascino. “È la palestra della scuola di Riva San Vitale” mi dice Francesco, vero anfitrione del gruppo. Chiacchierone e conoscitore fanatico di tutto ciò che ci circonda. “È un progetto di Durisch e Nolli”. E, insisto, è davvero ben fatto. Ma allo stesso tempo pare inutile. Ottimo per una rivista d’architettura. Basta un buon servizio fotografico, che escluda l’intorno, per restituirgli massimo splendore. Ma nel coacervo indistinto della città diffusa non riesce ad agglutinare nulla. È lì come potrebbe essere ovunque.
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La vista da dietro, lo sguardo dal retro della città, quello che stiamo facendo noi, seguendo il filo d’Arianna del Laveggio mette proprio in evidenza ciò. Da qui nulla sembra pensato per il paesaggio, ma tutto per se stesso, auto celebrativo, al di là del fatto che sia “bello” o di infima qualità.
Attraversiamo un ponticello e ritorniamo sull’altra sponda. Camminiamo così per un bel po’. L’argine è alto, non riusciamo a vedere l’acqua. La vivo come una mancanza. Mi pesa. Salgo perciò sull’argine coperto d’erbacce. Semplicemente vedere il Laveggio, quel suo ostinato modo di scorrere al contrario verso nord mi rincuora. Noto che non sono il primo ad aver pensato questo percorso improbo, c’è un solco in mezzo all’erba. Una traccia (trek è parola boera che fa riferimento alle tracce lasciate dalle ruote dei carri). Non pretendevo certo d’essere stato il primo, anzi il mio gesto conferma il desiderio comune, di tutti gli sconosciuti che sono passati da qui, di vedere l’acqua. E, miracolo idraulico, la percezione dell’intorno muta istantaneamente.
Camminiamo ancora, in ordine sparso. Sulla nostra sinistra c’è una piccola zona di capannoni. Una bottega artigiana mette in mostra le sue opere di falegnameria: troni ricavati da tronchi di legno degni di una fiction fantasy e scheletri di dinosauri in miniatura. Piccole cose di pessimo gusto che andranno ad abbellire i giardini delle case del vicinato.
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Poi un grosso magazzino, restaurato e intonacato di nuovo. Sulla copertura, come una superfetazione, un volume in vetro acidato, minimalista. “Svizzero”. “Sono sempre loro, Durisch e Nolli” mi conferma Francesco. È, da quel che capisco, un loft dove vive il proprietario del magazzino. Tutta casa e bottega, insomma. Anche questo è un bel lavoro, ben fatto. Fin troppo minimalista forse. Col sole dev’essere un bel vivere là dentro, ma con la pioggia tutto quel grigio pare quasi punitivo.
Ma piuttosto che ammirare l’architettura sono più attratto da un particolare pochi metri più in là: una panchina, sulla strada che costeggia il torrente. “Ente Turistico del Mendrisiotto e del Basso Ceresio”, c’è scritto in una targa affissa sullo schienale, con tutte quelle maiuscole che pare vogliano dare maggiore importanza all’informazione. Una panchina, lì, sola, abbandonata. L’erba sottostante ormai è così alta che sembra voglia ricoprirla. Nessuno si siede qui da anni, probabilmente. Non si capisce quale turista dovrebbe farlo, d’altronde. È lo specchio di una esigenza – dare qualità ad un paesaggio di margine – che cerca una soluzione con espedienti scontati, superficiali. Fallendo.
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Oltre il torrente ancora case sparse, più in fondo, appena l’orografia si corruga, ecco le vigne. Che camminando appaiono e scompaiono, nascoste da case, fabbriche, capannoni. E da complessi abitativi di nuova edificazione. Ma chi diavolo ancora può voler venire ad abitare qui? Mi sembra, in minore, di attraversare la città infinita della Brianza, continuamente costellata di metri cubi vuoti, costruiti solo per far girare il denaro, senza alcuna logica. Nessun piano, da quel che ho capito, governa il territorio qui. In teoria si potrebbe costruire fino al raddoppio della popolazione locale. Qui, dove forse occorrerebbe diradare, sfoltire, piuttosto che edificare.
Mi sfreccia sulla sinistra un convoglio Tilo. Lo sento prima ancora di vederlo. C’è tutto un paesaggio acustico che andrebbe rilevato. Ci metterà pochi minuti a raggiungere il confine quel treno. Chi sta seduto comodo dentro al vagone neppure se li pone questi pensieri. Io però vedo un germano reale zampettare nell’acqua del torrente. Questo mi basta per capire che non sto sbagliando. E non solo io. Non percorriamo da soli questa striscia d’asfalto. Capita spesso di incrociare ciclisti d’ogni sorta. Basta il fiume per attrarli. Il potere evocativo dell’acqua è potente, forse è da qui che occorrerebbe partire per una riprogettazione unitaria dell’intero sfilacciato comprensorio che stiamo attraversando.
Serre, capannoni, depositi di differenziata, plastica, carta. Un caos grammaticale che non sa farsi lingua coerente. Su un prefabbricato noto alcuni graffiti di pessima qualità. Persino il giovanile gesto di rivolta non sa aggiungere valore al disvalore. Lo conferma, anzi. L’occhio cerca sempre di alzare lo sguardo, verso il profilo delle colline, alla ricerca di una vista meno contaminata. Più andiamo a sud e più le creste si addolciscono e la valle si apre. Oltre le serre, sull’autostrada, i camion sono il basso continuo del nostro paesaggio sonoro.
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Ad un certo punto il Laveggio sembra perdere il suo carattere artificiale. Per alcuni metri le sponde sono invase da rovi e cespugli, incrociamo pure un nido di anatre e oltre, in un campo, un gruppo di cavalli. Animali misteriosi e affascinanti, anche con la loro semplice presenza.
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Poi vediamo sulla sinistra un torrente immissario che proviene da sotto il cavalcavia dell’autostrada. Chiedo se facendo una deviazione poi possiamo riprendere il percorso principale. Gli itinerari troppo programmati mi annoiano, occorre improvvisare ogni tanto. Sento che questa deriva sarà fruttuosa. “Ce la possiamo fare” mi confermano, “se passiamo dal Fox Town”. Cosa sia il Fox Town non ne ho la minima idea. Mentre passiamo sotto il cavalcavia - basso e coperto da graffiti così deprimenti che mi viene voglia di comprare delle bombolette spray per rivitalizzarli – mi spiegano qual è la nostra prossima meta. Oltre il buio appena lasciato alle spalle vedo all’orizzonte un agglomerato di cubi prefabbricati e non mi accorgo che a metà strada, nel centro di un pratone, campeggia un edificio storico. Lo sfondo ha annichilito il soggetto sul primo piano. O forse il mio sguardo lo ha escluso dall’orizzonte, come incongruo, anche se lui, in realtà, è qui da sempre, da almeno mille anni. Ci avviciniamo. È la chiesa dedicata a San Martino e San Rocco. Meta di pellegrinaggio per le genti della valle fin dal medioevo. Si tiene ancora oggi, mi spiegano, nei giorni di San Martino una sagra proprio di fronte alla chiesa, come a rinnovare un rito agreste, indifferenti ai capannoni, all’autostrada, alla ferrovia. Alla modernità.
La chiesa ha un piccolo portico all’ingresso, come se ne vedono uguali in molte pievi appenniniche, e ha i fianchi in pietra, cadenzati da monofore in arenaria, lesene e archetti, rustici e belli fino a commuovere. Fino a un secolo fa questo era il fuoco simbolico dell’intera valle probabilmente, ora sembra un anacronismo, un’astronave di una civiltà aliena venuta da un altro tempo. Cerco un punto dove poterla fotografare nascondendo la confusione automobilistica, cercando cioè una cartolina rassicurante, come se volessi farne un ritratto pietoso, che nasconda la deturpazione semplicemente occultandola. Il fianco scosceso della montagna alle sue spalle mi aiuta a fare da sfondo, anche se alle mie spalle, il traffico della autostrada non vuole farmi dimenticare la sua presenza incombente.
È chiaro che stiamo attraversando un paesaggio antropizzato fino all’estremo. La natura, qui, non esiste. Anche la chiesa di San Martino è opera dell’uomo. Ma, sarà perché segno storico, con una logica insediativa chiara (o almeno, la aveva), pare molto più naturale della selva di alberi del floricultore che vediamo sulla nostra destra. Pini, cipressi, pruni, magnolie e chissà quale altro arbusto ornamentale, lì, un filare dietro l’altro, senza soluzione di continuità. Una vera e propria fabbrica della natura, che stride con le essenze autoctone. Varietà di tutto il mondo, in batteria, innaturali, pronte a farsi economia, commercio, guadagno.
Sulla mia sinistra vedo il cantiere per una nuova fermata ferroviaria. La stazione di Mendrisio, in linea d’aria, sarà a neppure 500 metri da qui. “Ma che senso ha?” chiedo. “È per via del Fox Town.” Non faccio in tempo a farmi spiegare cosa diavolo sia questa specie di moloch capace di cambiare la viabilità ferroviaria di una nazione che la mia attenzione viene attratta da un cartello: “Centro regionale raccolta carcasse animali”. E più sotto, in piccolo: “Comune di Mendrisio” con tanto di scudo crociato. Io non saprò cosa sia il Fox Town, ma i miei accompagnatori ignorano allo stesso modo cosa sia questo centro raccolta carcasse. Qui a piedi non ci sono mai passati, quindi non ci avevamo mai fatto caso. Sono riuscito a stupirli, mio malgrado. Di fronte a noi un cubicolo cieco in prefabbricati grigi e una porta metallica. La apriamo. C’è un piccolo spazio. Freddo, obitoriale. Sul muro di fronte uno sportello scorrevole in acciaio. “È severamente vietato gettare gli animali con l’involucro” c’è scritto, su un foglio appiccicato con il nastro adesivo. Quante storie mi raccontano questi segni marginali. Animali di compagnia, cani, gatti. Ma anche, chissà, galline, topi, o chissà cos’altro. Raccolti e portati qui, con ordine elvetico, con raziocinio. Niente involucri di plastica, nessun pietoso occultamento del cadavere, nessuna sepoltura. Cosa accada oltre quello sportello non è dato saperlo (ma è facile intuirlo). “Per il bestiame di grossa taglia utilizzare porta sul retro” c’è scritto più sotto. Curiosi come scimmie (ma forse la similitudine animale qui è impropria) giriamo attorno all’abitacolo. Apro la porta d’acciaio. Non ostante l’areazione forzata e la temperatura da cella frigorifera, vengo investito di un tanfo di morte nauseabondo. Dentro alcuni carrelli d’acciaio scorgo delle carcasse, credo di capra. Ma non riesco a restare dentro, esco e prendo fiato. Di fronte a me la pubblicità di un McMenù sembra un corollario fin troppo sarcastico. Le facili battute su dove vada a finire la carne putrefatta si sprecano.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


Poi alla fine arriviamo alla meta. Certe volte mi pare di vivere fuori dal mondo: non ho la patente, non ho passione per il calcio, non ho interesse per la moda. Sono un italiano sbagliato, insomma. Ma che non sapessi cosa fosse il Fox Town quasi indispettisce i miei interlocutori. Per me era il nome di una carta igienica, che ne sapevo che era un centro commerciale talmente famoso che i turisti di tutto il mondo, appena sbarcati a Malpensa vengono subito intruppati qui a spendere il loro denaro? Entriamo. Siamo dappertutto.
Potremmo essere ovunque: in Svizzera, in Italia, a Bangkok, ad Adelaide, a San Francisco, a Nuova Delhi. Siamo nella città universale, nell’urbanistica globale dei centri commerciali. Il cielo, le sue variazioni climatiche, il caldo, il freddo, il sole o le nuvole, sono al di fuori, come in un altro mondo. Potrebbe essere giorno o notte, mattina o pomeriggio. Non importa, siamo nel tempo assoluto dei megastore. Che ore siano a New York o a Johannesburg qui non ha importanza, siamo contemporanei a tutti. Non è esatto parlare di “non luogo”. Siamo come entrati da una porta spaziotemporale in un extraterritorio coerente e diffuso in modo capillare sull’intero globo terracqueo. Chiunque entri qui, da qualunque parte del mondo provenga, “riconosce” i percorsi, la disposizione, le funzioni. Che sia giapponese o yemenita, canadese o azero, lasciato l’aeroporto di casa – che parla questa stessa lingua insediativa – qui non si sente estraneo, non si sente straniero. Siamo in una sorta di camera di compensazione per l’avvicinamento alla diversità.
Cento anni fa un cinese doveva metterci settimane, mesi, prima di giungere qui (se mai ci giungeva). Aveva tutto il tempo per vedere mutare il paesaggio, le lingue, gli usi e i costumi. Il debito geografico si pagava strada facendo. Ora nel volgere di poche ore possiamo essere ovunque. Posti come questi - kitsch finché ci pare, trash fino al ridicolo – rassicurano il viaggiatore. Lo consolano: la Ferrari esposta all’ingresso, le marche del prêt-à-porter bene in vista, la gelateria e la caffetteria rafforzano l’idea del viaggiatore d’essere davvero in Europa, in Italia anzi (per quanto Italia questa non è, ma come può saperlo un indonesiano?), di essere arrivati, stonato ancora dal jet lag, nel “paradise of luxury and elegance” come ci ricorda la shopping guide distribuita all’ingresso. Di essere giunto alla meta, insomma. Ma senza che questo sia traumatico. Giusto il tempo di decantare. Qui, nell’extraterritorio, dove persino la valuta perde d’importanza. Si può pagare come si vuole. Ci sono anche distributori di lingotti d’oro, la divisa universale, buona per tutte le occasioni. All’infopoint c’è un giapponese. Per tranquillizzarlo gli parliamo in inglese, così non si sente spaesato. Ci regala una mappa del mendrisiotto, una vista a volo d’uccello dal sapore infantile, favolistico. Seduti come fossimo in una piazzetta a ristorarci con un caffè, ci rendiamo conto di quanto questi luoghi ormai appartengano alla nostra quotidianità. Quante volte siamo stati in posti così, per lavoro, per vacanza, ma anche solo per passare un pomeriggio da sfaccendati?
Dove invece non ho mai messo piede è un casinò. Ecco perché fremo come un ragazzino quando scopro che ne abbiamo uno a disposizione proprio qui. Voglio entrare. Dopo aver visto la Ferrari e il distributore di lingotti d’oro mi aspetto la sala piena di sceicchi arabi. Ma è una mattina qualunque di un giorno feriale. Non ostante sulla moquette siano stampigliati enormi dobloni d’oro e tutto luccichi nel chiaroscuro come in un film hollywoodiano, di sceicchi neppure l’ombra. Le sale sono vuote. Ovviamente ci viene proibito di fotografare. È probabilmente per salvaguardare la privacy dei pochi sprovveduti che, datisi malati in ufficio, stanno dilapidando il patrimonio familiare alle slot machine. Mette tristezza. Forse dovrei tornare di sera, in un fine settimana. O forse no.
Usciamo dall’ingresso principale del casinò. La luce naturale quasi ci acceca. Mi giro: la facciata va oltre l’immaginabile; tale è la sua ridicolaggine che sfiora il sublime. Non so neppure di cosa sia fatta. Probabilmente prefabbricati plastici estrusi in Cina e importati qui per montare un tempio neopalladiano progettato da qualcuno che deve aver sfogliato i Quattro Libri in preda ad una allucinazione etilica. Neppure fossimo a Las Vegas. O forse lo siamo. Forse, esternamente, in una zona di rispetto di qualche metro godiamo ancora dell’extraterritorialità, forse la supercittà del commercio globale ormai sta uscendo dagli stretti confini delle casse murarie e guarda oltre, verso l’autostrada, infrastruttura naturale e persino complementare di tale idea dell’architettura.
Camminare qui, dove neppure il marciapiede è previsto, diventa quasi un atto politico, di resistenza all’omologazione di pasoliniana memoria.









Risalire il fiume - Alle sorgenti
8.05.2013
Gianni Biondillo in collaborazione con Lab.TI - Laboratorio Ticino, diretto dal prof. arch. Michele Arnaboldi presso l'Accademia di architettura di Mendrisio.
Scavalliamo l’autostrada alla ricerca del Laveggio. Per ora l’unica acqua che incrociamo è quella del magazzino di piscine all’aperto. Poi di nuovo un recinto con cavalli che ruminano. “Ma quanti ce n’è?” si chiedono i miei accompagnatori. Non si erano mai resi conto di quanti equini ci fossero da queste parti. Oltrepassiamo il poligono di Penale ed Enrico mi racconta del complicato sistema di difesa della Svizzera. Un popolo neutrale da secoli, ma ossessionato dall’autodifesa rispetto ai vicini, belligeranti di natura. Il posto in teoria più pacifico al mondo, dove però il possesso procapite di armi è paragonabile forse solo a quello di certi ghetti neri delle metropoli statunitensi.
Rieccolo il Laveggio: appare all’improvviso per poi sparire di nuovo sottoterra, intubato, occultato dagli svincoli autostradali.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


La confusione dei segni sul territorio qui è massima, ho persino paura di non incrociarlo più. Risalendo, la sezione del torrente si fa più esile, la portata d’acqua meno elevata. Troviamo un passaggio fra alcuni campi coltivati, una vecchia cascina, una villa suburbana. Alcuni villini a schiera nei pressi di Rancate ci avvertono, sui cancelli, della presenza di minacciosi cani da guardia ammaestrati. “Questa ossessione per la villetta è tipicamente svizzera” mi dice Francesco. Anche brianzola, aggiungo io. Come si può davvero credere di stare in un ambiente bucolico, qui, fra svincoli autostradali e capannoni? Mi aiuta un’intuizione di Enrico. Osservo la riproduzione di un dipinto del 1973 di Emilie Farmy: La bonheur suisse. Rappresenta in modo inequivocabilmente evocativo l’idea di dimora “elvetica e felice”, scrive Enrico in un suo saggio. “Il cittadino svizzero immagina se stesso come abitante di un contesto bucolico e naturalistico nel mezzo delle montagne, con la campagna e la natura incontaminata.” Tale è la forza di questa suggestione che non vede, non vuole vedere, l’indifferenziato caos suburbano dove abita.
Oltre il nastro autostradale campeggiano, come monoliti, enormi silos di stoccaggio di carburante. Sono, mi spiegano, i residui di una cultura del sospetto. Una nazione neutrale deve riuscire ad essere autonoma in caso di turbolenze belliche. Tutto quel carburante sta lì a difesa dell’indipendenza energetica, qualunque cosa possa accadere oltre le frontiere. Ne abbiamo già incontrati e ne incontreremo ancora, mi dicono. Sono a tutti gli effetti un segno evidente del paesaggio di confine. Ci avviciniamo per osservarli meglio. È inutile negare che i passaggi aerei fra cilindro e cilindro, le scalette tortili, le condotte d’acciaio, e tutto un armamentario retorico macchinistico e novecentesco affascinano lo sguardo. Anche Alberto, il fotografo, me lo conferma. Mi dice anzi che vuole tornare qui, magari al tramonto. Sto involontariamente inaugurando un nuovo itinerario turistico, davvero estremo!
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


È quasi l’una, abbiamo fame. Non molto lontano da qui c’è un grotto. Cioè una trattoria, dico io. Ma non è esattamente così: “grotto” è parola evocativa qui in Insubria (anche nel varesotto o nel comasco). Vuol dire cibo semplice e genuino. Un luogo conviviale dove star al fresco nelle giornate estive, o al riparo in quelle invernali, dove passare le ore in compagnia. E sia, dico. Sacrifichiamoci.
Superata l’area di stoccaggio il percorso si fa più selvatico e le sponde del Laveggio sembrano quelle di un fiume vero. Da un lato l’area di una centrale elettrica sembra far impazzire i nostri telefoni cellulari, ma noi guardiamo verso il fiume, e per qualche centinaio di metri siamo in un ambiente silvestre, bucolico. Come infantili esploratori sgattaioliamo fra i rovi. Non so quanto durerà ancora, già parte dell’area è recintata dal solito cantiere infrastrutturale. Chi, dall’alto delle mappe ha disegnato l’ennesimo svincolo qui forse non c’è mai stato e non ha interesse a sapere cosa andrebbe perduto.
C’è una associazione di abitanti del posto – “Cittadini per il territorio”, si chiama - che cerca di portare avanti l’idea di un recupero del fiume, nei termini forse di un ambientalismo romantico. Ma è la prova di una necessità locale che deve essere ascoltata. Tutto questo potrebbe essere un'unica riserva fluviale. Un parco lineare che potrebbe fare da ricucitura delle anomiche periferie della città diffusa del mendrisiotto, diventandone la spina dorsale. Cosicché passare sotto il cavalcavia dell’autostrada non appaia più come un’infrazione, ma un’opportunità di goderne la magnificenza tettonica.
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Ci incamminiamo nel tracciato storico che collega Ligornetto a Genestrerio, superiamo un allevamento di esche e finalmente giungiamo a destinazione. Grotto Vallera. Il tavolo è all’aperto, affacciato sul Laveggio che scorre placido a pochi metri da noi. Ormai il gruppo s’è consolidato, ci permettiamo battute informali, come vecchi compari di viaggio. Quello che, nel giro di una mattinata, siamo diventati. Questo ci autorizza a sentirci meno in colpa quando, dopo un antipasto a base di salumi locali, ci lasciamo corrompere da un trionfo di lesso con le patate e la senape. Smaltiremo strada facendo, ci diciamo. Si parla. Da narratore so che anche questo fa parte dell’esperienza. Comprendere il paesaggio antropologico, oltre a quello fisico. Scopro così storie di ticinesi che abitano in Italia, di italiani che lavorano a Mendrisio, di doppi passaporti o di luganesi doc. Il confine è labile con questa gente, come il percorso del torrente Gaggiolo (o Lanza, dipenda da dove lo guardi, ma una rosa è sempre una rosa, ci ricorda il bardo, anche con un altro nome…).
Dopo il caffè ci mettiamo in marcia, ma subito deviamo dal corso del fiume. Avevo notato l’abside di una chiesa, dal bel campanile “controriformista”, all’ingresso del borgo storico. “Vale la pena andarci” mi dicono. Così scopro quasi per caso un’opera di Mario Botta che non conoscevo. La facciata della chiesa, ormai in stato di avanzato degrado, al posto d’essere ricostruita “in stile” è stata lasciata alle cure dell’architetto svizzero più famoso al mondo. A questa scala architettonica Botta non sbaglia mai. Porta alle estreme conseguenze una esorbitante strombatura, memoria dei portali romanici, coprendo così l’intera facciata. Le lastre di rosso di Verona bocciardato le danno una matericità medievale, ma il disegno e il controllo del particolare è modernista. È figurativo e astratto assieme.
Abbandoniamo subito l’incasato e ci rimettiamo alla ricerca del torrente. Una vaga traccia in un campo erboso ci invita a seguirla. Rieccolo il Laveggio, qui quasi selvatico.
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Ed ecco altri cavalli. Siamo alle porte di Stabio, l’ultimo comune prima dell’Italia. Il cellulare all’improvviso mi vibra nelle tasche, cogliendo il segnale del mio gestore telefonico. Osservo un’immensa area piena di container, oltre una rete. Siamo in territorio svizzero, mi viene spiegato, ma la merce lì non è ancora stata sdoganata. È in una sorta di terra di nessuno. Il Laveggio però sterza a sinistra. La valle ormai è aperta, l’autostrada lontana, l’acqua è calma, il filare d’alberi sulla sponda è fitto, il sentiero è di terra battuta. I cartelli indicano le distanze a piedi o in bicicletta da coprire. A dieci metri da qui c’è uno stagno del WWF, in un prato c’è persino un campo attrezzato per far volare aeromodelli in miniatura. Sembra di essere lontanissimi dal delirio logistico-commerciale che incombe oltre gli alberi. Poi la boscaglia si dirada all’improvviso. Sulla destra ancora prefabbricati e un parcheggio pieno di macchine di transfrontalieri. Sulla sinistra, schizofrenico, un paesaggio lieve, vigne verdeggianti e curve dolci, neppure fossimo in Toscana. Una panchina, identica (e identicamente abbandonata) a quella che abbiamo incontrato all’inizio del viaggio dà le spalle ad una fabbrica e guarda con ostinazione verso le colline. Il Laveggio è ormai poco più di un piccolo canale d’irrigazione, si potrebbe saltarlo con un balzo. Lo seguiamo, controcorrente. Lo perdiamo, nei prati pieni di fiori di campo. Poi ecco nuovi silos di stoccaggio carburante, gli ultimi prima del confine. Che è qui, davvero ad un tiro di schioppo.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


Infine, ecco, ci siamo. Un muretto di cemento armato costeggia una ferita fangosa nel terreno. La sorgente. Qui nasce il Laveggio. Senza gloria, in modo anonimo, squallido. Eppure m’emoziono lo stesso. Realizzo solo ora che qui, per banale legge della fisica, siamo nel punto più alto del nostro percorso. Abbiamo cioè sempre camminato, impercettibilmente, in salita. Oltre si “scollina”.
Di fronte a noi, più avanti, intuisco una rete metallica. Tipo quelle che dividono una proprietà da un’altra. È il confine, mi dicono. Ma come, tutto qui? Quella casa dietro la rete è in Italia. Se per sbaglio tirano il pallone troppo forte lo spediscono in un’altra nazione. Ho una ossessione per i confini. Devo andare, dico, devo toccarlo. Costeggiamo la rete, giriamo attorno ad una chiesetta, la prima cosa che dall’Italia si scorge entrando in Ticino. Poi vedo il cancello. Enfatico, a tranciare una linea ferroviaria dismessa. Oltre è Italia, qui è Svizzera.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


La ferrovia è quella della Valmorea, tracciato che doveva collegare Castellanza a Mendrisio (progetto ora tornato in auge con un nuovo tracciato). Ferrovia commerciale poco fortunata. Nata nel 1916 nel versante italiano, già nove anni dopo viene avversa dal regime fascista che ha in antipatia la società privata che la gestisce, finanziata da capitale inglese ed ebraico. Il cancello che ho di fronte – chiamato appunto “cancello Mussolini” – ha un aspetto inquietante. Sarà colpa di un immaginario filmico, ma sembra quello di una prigione, senza capire però chi è il prigioniero, quello che sta da questa o da quella parte del confine?
Tutto però si stempera. Qualcuno ha divelto la rete affianco al cancello. Faccio un passo e sono in Italia. Un altro e sono di nuovo in Svizzera. Gioco a fare il clandestino, il passatore. Fotografo dall’Italia i miei compagni ancora in Svizzera. I confini sono un segreto della storia che si fa geografia. Veri eppure incomprensibili. Stringo la mano, uno ad uno, ai miei compagni di viaggio. Abbiamo finito. Più in fondo altri cavalli nitriscono. Mai visti tanti, mi dicono. Ci voleva questa camminata per scoprirli.
Ci ho messo diciotto minuti questa mattina per attraversare il mendrisiotto. Un’intera giornata, a piedi, per riguadagnare il confine. Dovremmo tornare a misurare le distanze come si faceva una volta: non in chilometri ma in giorni di cammino. È l’unica valutazione quantitativa che un uomo può capire davvero, l’unica che lo tiene ancorato al paesaggio senza che questo gli sfugga dalla sua comprensione. È solo così che un anonimo torrente può diventare vena pulsante di un’idea diversa del territorio. Non più tabula rasa da consumare fino allo sciupio, fino a guastarlo irrimediabilmente, a renderlo waste land. Ma occasione di progetto puntuale, chirurgico, che tesse i fili di tutte le storie incise, che non le esclude ma ne fa nuova narrazione. A misura, a passo d’uomo.